Una nuova raffica di dazi è partita dalla Casa Bianca nella notte italiana: Donald Trump ha ufficializzato, dopo la scadenza della deadline dell’1 agosto, gli aggravi alle importazioni da molti Paesi del mondo lasciando alla soglia de minimis del 10% un ridotto paniere di nazioni (tra cui Australia, Argentina e Stati della penisola arabica) e alzando i muri contro diversi Paesi: dazio al 35% per il confinante Canada, aggravio del 25% per l’India e il Messico (quest’ultimo con sospensione di 90 giorni), del 19% per la Thailandia, del 15% per Israele, Turchia e Nuova Zelanda. C’è anche a chi va peggio: il Brasile incassa un dazio del 50% che incorpora l’ingerenza di Trump a favore dell’ex presidente Jair Bolsonaro contro Lula, la Svizzera un duro +39%.
La strategia di Trump sui dazi
Manovre, queste, che vogliono dare strutturazione definitiva alla grande strategia statunitense: Trump, in un ordine esecutivo che ha confermato gli aggravi, ha dichiarato che “gli ampi e persistenti deficit annuali del commercio di beni degli Stati Uniti costituiscono una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e l’economia degli Stati Uniti”. Washington ha visto emergere un buco nero di 1,2 trilioni di dollari nel 2024 e ora vuole cambiare rotta, come abbiamo più volte scritto.
Per gli Usa, ormai, l’obiettivo primario è stabilizzare il debito, garantire crescenti entrate al bilancio federale e fissare la “tariffa” d’accesso al mercato a stelle e strisce. Regno Unito, Giappone, Vietnam, Unione Europea, Corea del Sud e Indonesia l’hanno accettato negli accordi bilaterali. Per il resto del mondo c’è l’iniziativa americana.
Trump rivendica vittorie politiche sistemiche nell’imposizione degli accordi ai partner e nella ridefinizione delle linee di tendenza del commercio mondiale. Ma se anche fossero, si tratta di vittorie di Pirro, ivi compresa quella emersa per la capitolazione europea di domenica. Sempre più tendenze indicano, infatti, che Trump non sta daziando i partner e i rivali commerciali degli Usa ma sta, innanzitutto, imponendo un extra-costo ai consumatori e alle imprese americane.
Alcuni dati aiutano a capirlo. Trump ha imposto dazi pesanti contro attori come India e Vietnam (25 e 20% rispettivamente) in cui il commercio di beni con gli Usa è contraddistinto da un forte peso degli scambi intercompany tra le multinazionali Usa, come nel caso della manifattura degli smartphone, ponendo sostanzialmente un dazio sulle aziende a stelle e strisce. Inoltre, finora a pagare dazio, letteralmente, sono stati soprattutto consumatori e imprese Usa.
I dati che mostrano i danni dei dazi per gli Usa
L’analista finanziario Alfonso Peccatiello ha scritto su Investing.com che non bisogna guardare al ritmo d’incasso del Tesoro Usa ma alla distribuzione dell’aggravio di fatto sull’economia americana, ricordando che “Piper Sandler ha scoperto finora che: gli esportatori stanno assorbendo tariffe solo fino al 10-15%, i consumatori assorbono tariffe per il 25-30%”, in un contesto in cui sono “le aziende statunitensi stanno pagando il prezzo più alto, con circa il 60% degli aumenti dei prezzi causati dai dazi che vengono assorbiti e quindi colpiscono i loro margini”.
Simile in magnitudine (17,7% esportatori, 29,1% i consumatori Usa, 53,2% gli importatori Usa) i dati Macrobond/PSC Economics rilanciati su X dall’economista della Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffé.
In sostanza, il sistema-Paese americano sta trattenendo presso di sé importanti quote di rincari e internalizzando le perdite, che si rifletteranno in calo dei profitti e della quota di dividendi distribuiti agli azionisti, dunque del valore borsistico, nel medio periodo se questa tendenza continuerà.
Più costi e meno posti di lavoro nelle industrie
Inoltre, Chris Bangert-Drowns, economista ricercatore del Washington Center for Equitable Growth, ha stimato un aumento dal 2 al 4,5% dei costi industriali per effetto dei dazi e la Pbs ricorda che “un sondaggio condotto a giugno dalla Federal Reserve di Atlanta ha suggerito che le aziende avrebbero in media scaricato metà dei costi tariffari sui consumatori statunitensi attraverso prezzi più alti”, mentre “i dati del Dipartimento del Lavoro mostrano che gli Stati Uniti hanno perso 14.000 posti di lavoro nel settore manifatturiero dopo l’introduzione dei dazi da parte di Trump ad aprile”.
Insomma, Trump dazia e l’America paga. Se la tendenza continuerà, la tariffa a stelle e strisce sarà soprattutto un rincaro per l’America. I dati parlano chiaro: la strategia difensiva di The Donald rischia di aggravare, piuttosto che di lenire, le contraddizioni economiche alla base della scelta di lanciare la guerra tariffaria globale per annacquare la sensazione di declino dell’America.
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