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Trump contro gli accordi di Basilea III: la mossa che può costare miliardi alle banche europee

Dopo la minaccia, poi sventata, di dazi dal peso mastodontico, l’Europa potrebbe trovarsi a spegnere un’altra miccia accesa dagli Stati Uniti. L’amministrazione di Donald Trump starebbe coltivando l’idea di riscrivere profondamente alcune disposizioni degli accordi di Basilea III – l’insieme...
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Dopo la minaccia, poi sventata, di dazi dal peso mastodontico, l’Europa potrebbe trovarsi a spegnere un’altra miccia accesa dagli Stati Uniti. L’amministrazione di Donald Trump starebbe coltivando l’idea di riscrivere profondamente alcune disposizioni degli accordi di Basilea III – l’insieme di regole internazionali disciplinanti i termini di vigilanza bancaria – al fine di non considerare più le nazioni componenti l’Unione Europea come un unico mercato, ma 27 sistemi finanziari distinti.

Entrando più nel merito, da oltreoceano vorrebbero l’applicazione di requisiti patrimoniali – quote di capitale adeguate per fronteggiare le situazioni emergenziali – più stringenti per gli istituti di credito, che finora sono stati molto agevolati nell’accumulo degli oneri di capitale rispetto agli omologhi americani proprio perché operanti nel quadro comunitario. Se la Federal Reserve tornasse a valutare separatamente i singoli Paesi dell’UE a livello finanziario, gli enti del Vecchio Continente si troverebbero a dover accantonare miliardi in più e, di conseguenza, ridurre le operazioni creditizie.   

La strategia degli Usa

La proposta americana, secondo diverse agenzie di stampa,  non sarebbe un’ipotesi remota, ma una richiesta formale già al vaglio del Comitato di Basilea. Alla Casa Bianca prende piede la convinzione che sia “irrazionale” trattare l’Eurozona e l’Ue come un unico Stato ai fini della vigilanza bancaria, sostenendo che l’economia di ogni Paese abbia connotati e profili di rischio diversi da quella di un altro. Un’impostazione di questo tipo impone che le attività di un istituto con filiali in più nazioni comunitarie siano considerate transfrontaliere (ad esempio, una banca francese che svolge operazioni di capitale riguardanti una sussidiaria spagnola).    

Gli accordi di Basilea III, partoriti nel 2010 dopo la crisi finanziaria del 2008, stabiliscono l’ammontare di capitale che le banche devono accumulare in rapporto alle attività ponderate per il rischio (RWA), ovvero prestiti, obbligazionari, investimenti associati a diversi livelli di pericolosità (ad esempio, un prestito a un Governo nazionale avrà un fattore di rischio diverso rispetto a uno a favore di un’impresa privata in perdita). Maggiori sono i rischi, maggiore è il capitale richiesto. L’amministrazione Trump punta, da una parte, a scardinare il sistema europeo e, dall’altra, ad allentare i requisiti patrimoniali per le banche statunitensi: la vicepresidente per la supervisione della Fed, Michelle Bowman, ha proposto quest’estate di abbassare il rapporto minimo di capitale tra il 3,5% e il 4,5% rispetto all’attuale 5%, in modo che gli enti creditizi possano vantare più liquidità da destinare ai mercati finanziari, e dunque a famiglie e imprese, stimolando così il consumo di beni di servizi. Secondo stime dell’Economic Policy Innovation Center, tale approccio consentirebbe un balzo dell’1,8% al Pil Usa. 

Le insidie per le banche europee

Se l’iniziativa degli Stati Uniti dovesse andare in porto, per le banche europee sarebbe un grattacapo non di poco conto. BNP Paribas potrebbe essere una delle più esposte: sulla base di analisi preliminari, in caso di requisiti più severi, l’istituto dovrebbe destinare a riserva di capitale circa 3 miliardi di euro in più. Un’altra banca che rischia un aggravio molto simile è la spagnola Santander, mentre altri istituti come Deutsche Bank, ING e Intesa Sanpaolo potrebbero andare incontro a un incremento di 1 miliardo circa.   

A essere chiamata in causa, inevitabilmente, è la Bce. Francoforte si trova di fronte a un bivio e le strade da imboccare sono le seguenti: alleviare i requisiti patrimoniali, oppure mantenere una linea più prudenziale e accettare la concorrenza da oltreoceano. Il fatto, però, è che una deregolamentazione del settore bancario potrebbe intaccare la stabilità finanziaria dell’Eurozona e privare gli enti creditizi dei presidi necessari in caso di crisi pari a quella del 2008, come già avvertono alcuni economisti.  

La partita dunque non si gioca per definire le regole che scandiscono la vita della finanza internazionale, ma per mettere a segno una strategia di politica economica che permetta di prevalere sui mercati globali. L’America vuole essere protagonista, spetta all’Europa capire a quali condizioni scendere in campo. 

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