L’affondo di Donald Trump contro le scelte di politica monetaria della Bce di Mario Draghi, legato alla decisione del leader uscente della Bce di avviare una nuova fase di stimolo monetaria simile al concluso quantitative easing, nasconde un bersaglio ben preciso ma tutto sommato ben identificabile: la Germania. Critica dei quantitative easing del governatore della Bce, Berlino ne è stata, in maniera più o meno indiretta, la massima beneficiaria, potendo veder consolidata la sua strategia mercantilista diretta, in primo luogo, verso gli stessi Paesi membri dell’Eurozona. La combinazione tra bassi tassi e incentivi al superamento dell’austerità di matrice teutonica nei Paesi europei non si è accompagnata a un analogo atteggiamento da parte di Berlino, che “barando” ha potuto continuare la sua linea mercantilista: elevata flessibilità del lavoro, nessun vero sostegno alla domanda interna, sfruttamento delle esportazioni come volano economico e acquisizione di surplus fuori dai livelli di guardia nei confronti degli altri Paesi dell’Eurozona.

Mario Draghi, giunto all’ultimo miglio della sua gestione della Bce, ha sicuramente avuto il merito di aver arginato il dogma dell’austerità propagandato da Angela Merkel e dai suoi corifei (Rutte, Katainen e compagnia) ma sul lungo periodo con il suo quantitative easing non è riuscito, complice la debolezza politica delle istituzioni Ue, a imporre un reale cambio di paradigma, forse nemmeno desiderato a Francoforte e Bruxelles, impostando stimoli di più ampia portata all’economia reale. E così l’euro deprezzato dall’espansione monetaria ha fatto il gioco delle esportazioni tedesche nel Vecchio Continente e nel mondo. Trump manca di tatto diplomatico e, in certi casi, confonde la politica monetaria con le mosse dei mercati, ma centra il punto.

“In una fase in cui esplodono i debiti pubblici e i deficit e in cui questo fenomeno si osserva da anni nei principali blocchi globali, la principale economia dell’area euro, la Germania, continua a macinare surplus commerciali interni ed esterni con un deficit contenutissimo”, sottolinea Italia Oggi. “Fuori dall’unione monetaria questo sarebbe impossibile e la Germania sarebbe da anni alle prese con un cambio insostenibile per le proprie imprese e con una profonda e imposta dall’esterno opera di cambiamento del proprio modello economico; quello che si perde con le esportazioni deve essere bilanciato dal mercato interno via stimoli fiscali e investimenti. L’alternativa è quella mostrata negli ultimi anni dalla Banca centrale svizzera che per evitare una rivalutazione ha investito cifre colossali sui mercati globali”.

Trump prosegue ad alta voce la polemica antitedesca che, sotto traccia, da tempo gli Usa continuano ad animare. Iniziata a fari spenti durante l’era Obama, la manovra antitedesca degli Usa è stata articolata in una componente geopolitica (evitare la saldatura economica e politica di Berlino con Mosca e Pechino, incubo strategico di Washington) ed economico-monetaria (imporre alla Germania l’addio alle logiche austeritarie e convincerla a dare il suo contributo alla crescita della domanda globale). Per l’elaborazione della seconda l’amministrazione Obama ritenne positiva l’ascesa alla guida della Bce di Mario Draghi, uomo di provata lealtà atlantica e ritenuto l’antemurale contro il dilagare dell’austerità in Europa.

Anni dopo, possiamo ritenere che la Germania abbia profondamente condizionato le dinamiche politiche comunitarie. Predicando l’ossessivo rispetto delle regole europee ma riservandosi una sua aderenza selettiva. Violando quelle sul surplus di bilancio, che numerosi economisti tedeschi non hanno esitato a definire “tossico”. Rifiutando per anni ogni espansione della domanda interna, fino a che l’aumento del disagio sociale e il fallimento dei pacchetti di riforma Hartz (la cosiddetta “povertà per legge”) non hanno indotto la Merkel a procedere a un moderato incremento delle pensioni sociali. “Mentre il mondo è alle prese con le conseguenze della decisione americana di riequilibrare i rapporti con la Cina e con l’esaurimento delle munizioni delle banche centrali dopo la crisi Lehman, la Germania procede verso una recessione e continua a non spendere nulla accumulando surplus commerciali”, fa notare Il Sussidiario. Dal canto suo, è chiaro che il bersaglio diretto di Trump non possa essere la figura di Draghi: anzi, probabilmente il Presidente desidererebbe avere un “Draghi al quadrato” al posto del governatore della Fed Jerome Powell, per poter dopare con valuta di nuova emissione a basso prezzo un nuovo rally delle borse newyorkesi in vista del cruciale anno elettorale che si apre alle porte. Il contenzioso tedesco-americano, però, passa anche dal ramo valutario, ed è una sfida a tutto tondo: se Washington deciderà di colpire nuovamente la Germania come fatto in passato con Deutsche Bank e Volkswagen, bisogna capire quanto incideranno le fibrillazioni sull’euro nel disegnare i nuovi rapporti economici tra i due Paesi.

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