Nella giornata del 29 novembre il Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha ufficialmente concesso a Eni l’autorizzazione per avviare attività esplorative nelle acque del Mare di Beaufort. La decisione di Trump porterà la compagnia di San Donato Milanese ad essere la prima major petrolifera straniera a cui gli Stati Uniti concederanno di operare in Alaska dopo lo stop imposto nel 2015 dall’amministrazione Obama alle manovre della Shell.

Eni potrà così espandere la sua proiezione nello Stato più settentrionale dell’Unione, ove, come riportato da Panorama, “già dispone di 18 pozzi di produzione sull’isola artificiale di Spy – meno di mezzo chilometro quadro unito alla terraferma da un oleodotto già  in funzione da anni – e di impianti onshore che estraggono petrolio nei territori dell’Alaska”, e di rafforzare le sue attività nell’Artico che la vendono impegnata, sul fronte europeo, nella joint venture col colosso norvegese Statoil nell’area di perforazione “Goliat”.

L’espansione delle attività di Eni in Alaska

Come segnalato dall’Alaska Journal, che ha riportato le dichiarazioni del vicepresidente di Eni Alaska Withney Grande, il colosso petrolifero italiano inizierà entro il 31 dicembre le sue attività nelle acque artiche dello Stato. L’espansione offshore sarà condotta dal punto di estrazione Nikaitchuq di Oliktok Point su un’estensione marittima di oltre 6,5 miglia e, in caso di successo, sarà seguita da un’ulteriore attività nel prossimo inverno, con l’obiettivo dichiarato di raddoppiare la quota di riserve petrolifere stimate per il sito di Nikaitchuq, attualmente pari a 180 milioni di barili.

Le mosse di Eni potrebbero ricevere un ulteriore incentivo se il Senato di Washington promuoverà il decreto legislativo istituito da Trump, denominato America-First Offshore Energy Strategy, che mira a offrire una completa protezione legale all’attività delle compagnie petrolifere nelle acque federali e che ha attirato numerose critiche da parte delle organizzazioni ambientaliste.

Greenpeace, in particolare, si è dichiarata preoccupata per l’autorizzazione accordata a Eni. Luca Pagni di Repubblica ha riportato le dichiarazioni dell’organizzazione: “Questa è una decisione inaspettata. visto che non c’è nulla di responsabile nell’incoraggiare l’estrazione di quel petrolio che sta causando lo scioglimento dell’Artico, per di più in condizione estreme e rischiose. Tra l’altro – conclude – è altamente improbabile che da questi nuovi pozzi si possa produrre petrolio in breve tempo”.

 La proiezione planetaria di Eni

L’apertura di Trump alle esplorazioni di Eni in Alaska sancisce un nuovo passo in avanti per la compagnia guidata da Claudio Descalzi e partecipata dal Ministero del Tesoro, che nel 2016 ha fatto registrare 55,762 miliardi di euro di fatturato e 1,457 miliardi di utili.

Eni si sta dimostrando sempre di più un importante player petrolifero di livello mondiale, capace di rivaleggiare con compagnie dotate di maggiori mezzi economici e finanziari grazie a un attento processo di selezione degli obiettivi di investimento: mentre a Washington Trump concedeva a Eni la possibilità di operare in Alaska, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico Paolo Gentiloni le apriva le porte del sito di Cabinda North, in Angola, a seguito di un accordo con il presidente del Paese africano Joao Lourenco

La proiezione strategica di Eni, determinante della politica energetica del nostro Paese, risolta inoltre incentivata da iniziative come la partnership con ExxonMobil per le esplorazioni offshore in Mozambico e dalle rilevanti licenze concesse all’azienda da parte del governo messicano. Iniziative e progetti che testimoniano la dinamicità di Eni e la sua capacità di essere all’avanguardia nel mercato petrolifero mondiale in tutti i più delicati scenari planetari.