Nelle ultime settimane l’amministrazione Trump ha rilanciato con forza muscolare, tanto sul proscenio della politica planetaria quanto in materia economica, il suo approccio unilaterale e la sua strategia energica: il Presidente ha avviato una dura campagna di contrasto alle aziende del big tech cinese, Huawei in testa, chiedendo in sinergia con gli apparati di potere agli alleati una sintonia con la strategia di Washington; ha discusso a lungo sull’introduzione di dazi commerciali al Messico che sono stati revocati dopo la decisione del governo Obrador di ampliare i controlli ai confini per prevenire i flussi di migranti diretti verso gli Usa; ha rafforzato la strategia interventista verso Paesi rivali come Venezuela e Iran; infine, si è mosso in aperta polemica con l’Unione Europea elogiando la Brexit nel momento di massima impasse e invitando il governo che succederà a quello di Theresa May a uno strappo senza compensazioni con Bruxelles.

Con Trump l’America si è scoperta potenza revisionista dell’ordine mondiale da essa stessa ideato. La globalizzazione, per oltre un ventennio, è stato il manto bonario con cui è stata presentata e propagandata una concezione di ordine globale che negli Stati Uniti aveva il massimo garante. La libertà di commercio e l’interconnessione economica tra le diverse aree del mondo hanno da sempre avuto i loro capisaldi nel fatto che gli Usa esercitassero il ruolo di garanti dell’apertura degli spazi marittimi (attraverso la loro egemonia navale) e di potenza economica di riferimento, grazie al ruolo del dollaro e alla natura di consumatore d’ultima istanza del loro mercato interno. Al contempo, la leadership militare, il dominio informativo e tecnologico della superpotenza e la sua invidiabile posizione geopolitica come nuova “isola-mondo” garantivano agli Stati Uniti una riserva di potere notevole.

La crisi finanziaria e le rotte strategiche in Iraq e Afghanistan, uniti a un appannamento dell’elaborazione strategica delle amministrazioni Bush e Obama, hanno portato l’America a essere maggiormente incerta sul futuro del suo ruolo globale e il mondo a liberarsi del mito della globalizzazione come fenomeno esclusivamente benevolo sotto il profilo commerciale. Il crollo delle Torri Gemelle del 2001 e degli stock finanziari nel 2007-2008 nella città simbolo della globalizzazione a stelle e strisce, New York, ricordarono che le logiche di potenza e di dominio rimanevano inalterate anche nell’era globale.

L’America di Donald Trump non nasce dal nulla, ma ha avuto il suo volano in una critica alla globalizzazione che, implicitamente, gli Usa avevano iniziato nell’era Obama. Riportando pesantemente lo Stato nell’economia attraverso il salvataggio del sistema finanziario, amplificando la conflittualità con il partner economico principale e rivale strategico numero uno, la Cina, con il “pivot to Asia” a negare qualsiasi mito irenico del commercio come fattore appianante delle tensioni internazionali, avviando a fari spenti il braccio di ferro con la Germania con lo scandalo Dieselgate e l’assalto della Fed alla filiale Usa di Deutsche Bank. Una tendenza che la vittoria di Trump a partire dal voto del cuore più inquieto della superpotenza, dell’America profonda che nell’era globale si è trovata spiazzata rispetto alle metropoli della costa, ha incentivato ma non creato dal nulla.

L’arena globale nell’era Trump

Giorgio Barba Navaretti, professore di economia all’Università degli Studi di Milano, nota su Il Sole 24 Ore che “Trump ha sempre visto l’economia e la politica internazionale come un gioco a somma zero. Il bel libro di Fabrizio Saccomanni ‘Crepe nel sistema. La frantumazione dell’ economia globale’ riporta un articolo sul Wall Street Journal di due membri dei primi tempi dell’ amministrazione di Trump, il Generale McMaster e Gary Cohn, i quali sostenevano che “il mondo non è una comunità globale, ma un’ arena dove le nazioni (…) competono per un vantaggio”. Barba Navaretti contesta la visione del mondo di Trump per la sua miopia, ma al contempo propugna una versione eccessivamente ottimistica dell’idea di “villaggio globale” come costruzione dominata dalle logiche dello scambio economico. Cosa irrealistica in un’era in cui la forza del primato della politica torna a farsi sentire, in cui la storia, lungi dall’essere finita, marcia a pieno regime e perfino l’apologo più famoso della globalizzazione liberale, Francis Fukuyama, ha ritrattato le sue tesi di trent’anni fa.

In una fase storica in cui la globalizzazione versa in una crisi ideologica prima ancora che concreta e in cui si palesa l’insostenibilità di un processo basato essenzialmente sul “pensiero unico” propugnato da un’ideologia neoliberista uscita con gravissimi danni dalla lunga fase di recessione delle economie occidentali, la vittoria di Trump ha riaperto in maniera ampia il dibattito sull’evoluzione storica di questo processo mondiale. In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze italiano Giulio Tremonti ha dichiarato come, a suo parere, la vittoria di Trump abbia rappresentato “la fine di un’epoca” e “dell’utopia della globalizzazione […] lanciata nel 1996 col secondo mandato alla Casa Bianca di Bill Clinton”. L’utopia consisteva nel ritenere che la globalizzazione avrebbe portato armonia politica per mezzo del mero interscambio economico e di un livellamento culturale che, in fin dei conti, non è avvenuto.

Gli uomini forti che sfidano gli Usa nell’era globale

Sarebbe stato del resto impronosticabile, un ventennio fa, considerare possibile l’emergere di poli alternativi al sistema unilaterale degli Stati Uniti. Una Cina assertiva come quella di Xi Jinping, intenta a delineare una sua versione della globalizzazione attraverso la Nuova Via della Seta, in convergenza con la Russia che, priva di ambizioni di leadership globale, rimane sotto il profilo energetico e militare una superpotenza, rappresenta un fattore di cambiamento di notevole portata, in misura forse superiore a quello apportato realmente da Trump, che sul lungo periodo è condizionato dalla grammatica strategica che governa la logica di Washington e continua ad avere in controllo dei mari a garanzia dei commerci, primazia informativa ed egemonia del dollaro i suoi capisaldi.

Non a caso la sfida portata da Cina e Russia si manifesta principalmente sul campo dell’apertura di nuove rotte commerciali non dipendenti dal controllo delle flotte Usa, nella terreno delle tecnologie di frontiera e, in campo valutario, nel tentativo complesso di erodere l’egemonia del biglietto verde.

Sarebbe stato impronosticabile, del resto, anche un fenomeno come quello di Papa Francesco, che denuncia in continuazione a gran voce e con una lucidità di analisi notevole le distorsioni dei processi di globalizzazione, dall’aumento delle disuguaglianze alla distruzione del fattore lavoro. A loro modo, Xi Jinping, Putin e Papa Francesco, i veri uomini forti dell’era presente, hanno influito sulla globalizzazione più di Donald Trump. Che con la sua azione, fondamentalmente, afferma l’ovvio: nel mondo la logica della competizione prevale su quella della cooperazione, e anche l’America si deve adattare a questo dato di fatto, come del resto accade da prima dell’ingresso della Casa Bianca del Tycoon di New York. La globalizzazione non è certamente al tramonto: semplicemente, si sta trasformando nelle sue manifestazioni. Tenendo conto che, nonostante gli Usa rimangano l’azionista di maggioranza dell’ordine mondiale, nuovi attori reclamano con insistenza quote maggiori, che la potenza egemone appare decisamente restia a concedere.