Trump all’assalto dell’Ue con i dazi, ma la guerra economica Usa viene da lontano

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Anche sull’Unione Europea è pronta a calare la scure dei dazi americani. Lo ha annunciato il presidente Donald Trump inaugurando la prima riunione di gabinetto dopo la fine del ciclo di conferme al Senato in cui ha dichiarato che l’Ue è “nata per fregare gli Stati Uniti” sul commercio e “ha fatto un ottimo lavoro prima che arrivassi io”.

Il risultato? Washington prepara tariffe generalizzate al 25% su molti beni europei, preparandosi a lanciare la sfida della guerra commerciale contro il mercato con cui è più integrata al di fuori dell’area nordamericana Usmca con Messico e Canada.

Dovrebbero valere per tutti, e non c’è alternativa: a livello commerciale, non esistono i singoli Stati. Esiste l’Unione Europea che tratta a nome dell’intero blocco su condizioni di parità. Nessuno sconto, dunque, per i Paesi con i leader percepiti più vicini a Trump, come l’Italia di Giorgia Meloni o l’Ungheria di Viktor Orban,i gendarmi filoamericani del Baltico e la sempre più atlantica Polonia. I dazi colpiranno indistintamente, come Trump aveva fatto intendere quando aveva indicato nei regimi Iva una forma di dazio mascherato a cui Washington si sentiva legittimata a reagire.

Dove potranno colpire i dazi di Trump

I bersagli di Trump non sono ancora bene identificati. “Non accettano le nostre auto, non accettano essenzialmente i nostri prodotti agricoli, usano ogni sorta di scuse per non farlo”, ha detto il presidente, rinfocolando delle vecchie battaglie del protezionismo americano. L’agroalimentare divide le due sponde dell’Atlantico da quasi trent’anni, tanto che una vera e propria trade war andò in scena ai tempi di Bill Clinton, l’automobile è il simbolo dell’America manifatturiera che The Donald intende ricostruire. Anche a costo di sfidare i Paesi con cui gli Usa hanno il maggior deficit commerciale.

Nel 2023 le esportazioni europee verso gli Usa hanno superato i 600 miliardi di dollari, mentre quelle che hanno compiuto il tragitto inverso nell’Atlantico sono state pari a poco meno di 370 miliardi di dollari, sommando beni e servizi. Il surplus commerciale europeo, contando i beni, ammonta a 231 miliardi di dollari, secondo solo a quello cinese di 292 miliardi.

Al contempo, a questo bisogna aggiungere un commercio in servizi di 746 miliardi di euro, in cui Washington totalizza un surplus di 109 miliardi. Parliamo, in definitiva, di una relazione bilaterale superiore ai 1.700 miliardi di dollari di scambi bilaterali annui, un valore quasi raddoppiato nell’ultimo decennio, in un contesto di assoluta complementarietà. Le merci europee alimentano un mercato americano che ha a lungo dimenticato l’industria, mentre i capitali, i servizi finanziari e di consulenza e le altre operazioni accessorie nel mondo economico a stelle e strisce consolidano il sistema-Europa.

Una guerra economica che dura da tempo

Su questo fronte, bisognerà aspettarsi le reazioni comunitarie. Certamente, l’offensiva commerciale di Trump mostra le difficoltà insite nel blocco dei Ventisette nel rispondere alle mosse da oltre Atlantico e dà ragione ad alcune osservazioni fatte di recente da Mario Draghi sul Financial Times: avere il 55% di Pil derivante dal commercio, come succede all’Ue odierna, poteva essere un vantaggio dieci anni fa. Ora è un fattore di vulnerabilità. Ma attenzione: Trump usa uno stile diretto e brutale nel suo impeto negoziale, ma non è certamente l’inventore della guerra economica Usa all’Europa.

Come abbiamo più volte scritto su InsideOver, da almeno un decennio l’assalto americano all’Europa ha preso la forma innanzitutto di un contenimento della Germania e della sua volontà di convergere sul fronte economico-industriale con Russia e Cina e in seguito di un rilancio della primazia statunitense in diversi settori-chiave. Trump agisce coi dazi, Joe Biden agiva con il sostegno agli investimenti drenando capitali attirando le aziende europee con gli stimoli come l’Inflation Reduction Act e il Chips Act. Il concetto è chiaro: per Washington l’Europa è un partner geopolitico di serie B, un satellite prima che un alleato, un potenziale rivale in settori tradizionali che sui temi decisivi per la frontiera infinita della competizione tecnologica e strategica non tocca palla. Urge confinarla nella sua minorità spesso autoimposta, magari con l’aggiunta di cedole staccate all’America per gas naturale liquefatto e armi. Trump forse ha il pregio di dirlo ad alta voce: ce ne sarebbe per svegliare gli europei dal loro torpore. Ma non abbiamo grandi speranze a riguardo.