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Trieste, la porta sul Mediterraneo che una volta sognava l’autonomia economica e un ruolo centrale nelle reti commerciali europee, oggi si riscopre un accessorio. Non tanto dell’Italia – troppo impegnata a inseguire le direttive di Washington – quanto delle grandi potenze, che ne fanno il loro giocattolo geopolitico. La tanto sbandierata “rinascita” del porto giuliano, finanziata a suon di miliardi pubblici e privati, sembra avere poco a che fare con la prosperità locale o con una visione italiana, e molto con il “gioco del Risiko” tra Stati Uniti e Cina.

Trieste, terreno di scambio tra America e Cina

Ricordiamo i fasti del 2019, quando l’Italia – nella sua infinita lungimiranza – firmava il memorandum d’intesa con la Cina per far entrare Trieste nella Belt and Road Initiative (BRI), la celebre “Via della Seta”. Sembrava il preludio a un’epoca di investimenti cinesi e sviluppo infrastrutturale, ma a guastare la festa è intervenuta la mamma severa, gli Stati Uniti, che hanno alzato la voce e bloccato tutto. Perché? Perché Trieste, secondo Washington, non deve essere una porta d’ingresso per Pechino, ma un baluardo dell’Occidente. Poco importa se l’Italia rimane con il cappello in mano, a fare da spettatrice nel proprio teatro.

Ora, sotto le benedizioni americane, Trieste diventa il terminale dell’Imec, la “via del cotone”, concepita per bypassare la Cina. Peccato che questa grande opera sia ancora tutta da costruire. Le infrastrutture in Medio Oriente sono allo stato embrionale, il collegamento ferroviario con l’Europa è sulla carta e le merci indiane, per ora, continuano a preferire le rotte tradizionali. Insomma, un progetto che promette molto ma consegna poco. E chi ci guadagna nel frattempo? Non certo i triestini.

Il Trimarium: una lezione di geopolitica “made in USA”

Se il commercio non decolla, ci pensano i militari. Trieste, ci spiegano, è fondamentale per il Trimarium, la grande idea strategica americana che collega l’Adriatico, il Baltico e il Mar Nero. Non importa se nessuno a Trieste ha mai sentito parlare di questo triangolo magico. L’importante è che il porto diventi uno hub logistico per la NATO, pronto a far transitare truppe e armamenti nel caso i russi decidano di spostarsi verso Ovest. Il messaggio è chiaro: Trieste non è un porto, è una pedina. Poco conta il traffico commerciale, che resta dominato dalla Cina, o il fatto che l’economia locale abbia bisogno di stabilità e investimenti concreti. L’importante è “mostrare i muscoli” agli avversari geopolitici.

Chi paga il conto?

La tanto celebrata “rinascita” del porto di Trieste ha un prezzo, e non è quello che viene pubblicizzato. Gli investimenti, certo, arrivano: MSC controlla già buona parte dello scalo, HHLA si è presa una fetta del business e persino BlackRock, il gigante della finanza americana, si prepara a entrare nel gioco. Ma a chi giova tutto questo? Sicuramente ai grandi capitali, che si spartiscono le infrastrutture italiane come fossero caramelle. Altri profitti finiscono a Washington, che può vantarsi di aver scacciato il “nemico cinese” dalle porte d’Europa. E Trieste? Trieste rimane lì, a guardare.

Il governo Meloni, con la sua politica di allineamento totale agli Stati Uniti, parla di “prospettive di crescita” e “rilancio del ruolo strategico dell’Italia”. Parole che fanno sorridere, se non fosse che dietro di esse si nasconde il progressivo smantellamento di ogni pretesa di autonomia. I porti italiani, a quanto pare, sono pronti per essere privatizzati, con le autorità portuali che si trasformano in società per azioni e i fondi stranieri che si apprestano a prenderne il controllo. Una “svendita strategica” spacciata per opportunità.

Autonomia economica? Non pervenuta

La verità è che Trieste, come tanti altri asset italiani, non è più una questione nazionale. È una posta in gioco per le grandi potenze, uno spazio di confronto tra America e Cina, un campo di battaglia per interessi che poco hanno a che fare con la città o i suoi cittadini. La tanto decantata “via del cotone” potrebbe portare traffici e investimenti, ma solo se gli Stati Uniti lo permetteranno. E se non funzionerà? Pazienza. Trieste avrà comunque assolto il suo ruolo di strumento geopolitico.

Nel frattempo, mentre i think tank americani disegnano mappe e strategie, mentre Washington e Pechino si contendono il controllo delle rotte globali, la città si limita a guardare. E a sperare. Sperare che, tra un memorandum e un protocollo, qualcuno si ricordi che Trieste è una città, non una pedina. Ma forse è chiedere troppo.

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