Se l’occidente soffoca nell’inflazione c’è una nazione che vive la situazione diametralmente opposta. Stiamo parlando della Cina, il dragone infatti vacilla sull’orlo della deflazione. Secondo quanto riportato dal National Bureau of China, l’istituto di statistica cinese, nel mese di giugno l’indice di prezzi al consumo è rimasto stabile su base annua perdendo lo 0,2% rispetto al mese precedente.

Perché la Cina si trova in controtendenza

Il dato, che alle nostre latitudini può sembrare una boccata d’aria, è in realtà preoccupante sia per il gigante orientale sia per l’economia mondiale. Il rallentamento dell’indice dei prezzi mette un punto interrogativo sulla ripresa cinese. La fine della politica draconiana “zero covid” avrebbe dovuto fungere da propulsore per l’economia, tuttavia, a Pechino si ritrovano con il prezzo di immobili in discesa e, visto il rallentamento della crescita globale, con esportazioni in calo. Sempre i dati pubblicati dal National Bureau Statistics, mostrano che la crescita del Pil è rallentata allo 0,8% rispetto al trimestre precedente. Una frenata netta che mette sotto pressione l’obiettivo posto dal governo della repubblica popolare di una crescita del prodotto interno lordo del 5%. Gli analisti sottolineano che sarà dunque decisivo un ulteriore intervento della politica per sostenere la ripresa.

La frenata dell’economia arriva in un momento molto delicato per Pechino che sta cercando (con scarsi di risultati) di stemperare le tensioni geopolitiche con Washington. La situazione porta a una mancanza di fiducia negli investitori in una sorta di teoria dei giochi per cui ogni attore decide come “muoversi”, in base alle precedenti mosse dell’avversario. Come affermato da alcuni analisti di Citigroup: “La Cina è sull’orlo di una profezia di sfiducia che si autoavvera, mentre l’iniziale impulso post riapertura inizia a svanire”.

Il segretario del tesoro Usa prova a stemperare la tensione

A portare un po’ di serenità ecco il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Janet Yellen che, nella sua recente visita a Pechino, ha cercato di rassicurare tutti incluso il premier cinese Li Qiang, che gli States non stavano cercando un disaccoppiamento economico su vasta scala. La stessa Yellen in un’audizione al Congresso aveva lanciato un monito ai rappresentanti anti cinesi per cui un distacco totale tra le due economie avrebbe effetti catastrofici per gli Usa. Nessuno dei due Paesi, infatti, uscirebbe illeso da un divorzio improvviso e, come riferito da funzionario del ministero delle Finanze cinese prima dell’incontro tra Yellen e Li, un distacco metterebbe in forte crisi le catene di approvvigionamento.

La mossa della Banca popolare cinese

Per ridare slancio a una crescita stagnante, gli economisti ipotizzano che la banca popolare cinese (PBOC) possa ricorrere a una riduzione del Reserve requirement ratio (RRR) in modo da immettere liquidità fresca nel mercato. L’obiettivo della banca centrale è quello di aumentare la spesa statale per le infrastrutture e dare quindi respiro al mercato immobiliare.

Il dragone si trova dunque in un punto interessante e difficile della propria storia. Le sfide e le prospettive di lungo periodo vanno da Taiwan, la riunificazione e quindi la definizione del ruolo cinese nello scacchiere delle grandi potenze, fino alla questione economica dove Xi Jinping nel suo discorso di apertura al 20° comunista, ha tracciato una visione chiara: crescita e redistribuzione del reddito per aumentare l’uguaglianza. Economia globale che oscilla dunque sotto “pendolo di Damocle” dell’inflazione. Troppo alta in occidente, troppo bassa in oriente. Est modus in rebus dicevano i latini e probabilmente avevano ragione anche questa volta.