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Il Congresso degli Usa è ancora alla vigilia di uno “shutdown“. Quando, entro il 1° ottobre, non si raggiunge un accordo sulla legge finanziaria che permette di rifinanziare le spese del governo federale, gli stipendi dei dipendenti pubblici federali non vengono più pagati e le attività giudicate “non essenziali” si bloccano. Quindi parchi, musei, processi civili, centri di ricerca, la Nasa, centri di assistenza tributaria e programmi di sussidi statali alle imprese si bloccano, temporaneamente, almeno finché in Congresso non si raggiunge un accordo per finanziare di nuovo il governo federale.

Il più lungo shutdown della storia degli Usa è avvenuto due anni fa, nel gennaio 2019 ed è durato 34 giorni. Ma la chiusura delle attività del governo federale, soprattutto nel corso delle amministrazione Obama e Trump, man mano che la politica americana si polarizzava, è diventato un fenomeno sempre più frequente.

L’ombra del default

Il 18 ottobre, poco più di due settimane dopo rispetto alla scadenza per il ri-finanziamento del governo federale, arriva un’altra scadenza importante: è l’ultimo giorno utile per approvare il rialzo del tetto del limite al debito (fino a quanto il governo federale può indebitarsi). Le due votazioni riguardano cose differenti, ma fra loro legate. Non necessariamente, infatti, un accordo sul ri-finanziamento del governo federale implica anche l’approvazione dell’aumento del tetto sul debito. Ma le due leggi sono presentate assieme e, come è avvenuto altre volte in passato, l’una blocca l’altra in un meccanismo di veti incrociati.

La segretaria al Tesoro, Janet Yellen (già governatrice della Fed, la banca centrale), con una lettera ai leader di Camera e Senato, avverte che mancare un accordo sull’innalzamento del tetto del debito, nelle condizioni in cui versano oggi gli Usa, comporta un rischio di default: “A questo punto, ci aspettiamo che al Tesoro siano lasciate risorse molto limitate che potrebbero essere consumate in fretta. Non è detto che possano essere rispettati tutti gli impegni nazionali dopo quella data”. Mancherebbero i soldi per coprire le spese, dunque.

Il leader della maggioranza in Senato, Chuck Schumer, senatore democratico di New York, ha tentato di far passare una legge per l’innalzamento del tetto del debito con una votazione a maggioranza semplice. Ma i Repubblicani si sono opposti, facendo saltare la manovra della maggioranza. Il leader della minoranza in Senato, il Repubblicano Mitch McConnell, a nome del suo gruppo, ha dichiarato di non aver alcuna intenzione di “aiutare i Democratici a preservare tempo ed energie, così che continuino a remare verso un socialismo fazioso, ancor più velocemente”. E lunedì i Repubblicani hanno fermato anche la legge proposta dai Democratici che avrebbe stanziato i fondi per il governo federale, provocando lo stallo attuale e il rischio di shutdown.

Nella sua azione di pressing, la Yellen ritiene che gli Stati Uniti, in caso di mancato accordo, andrebbero incontro a una “crisi finanziaria e ad una recessione economica”. Ma per i Repubblicani la posta in gioco è molto alta. La possibilità di indebitarsi ancora di più, infatti, renderebbe più agevole ai Democratici l’approvazione dei piani di spesa pubblica promossi dall’amministrazione Biden.

La battaglia sul debito, infatti, coincide, proprio questa settimana, con il voto sul mega-programma Build Back Better (BBB), il fiore all’occhiello della politica di Biden. Se si poteva rimanere perplessi per il costo della guerra in Afghanistan (2.300 miliardi di dollari, stimati), il programma BBB è 1.200 miliardi in più (in totale 3.500 miliardi di dollari) e non è spalmabile in 20 anni come il lungo conflitto. Più un piano infrastrutturale, recentemente scorporato, che prevede un’ulteriore spesa. Lo scopo del BBB è quello di ricostruire l’economia americana dopo la pandemia, abbassare costi e tasse per la classe media, costruire nuove infrastrutture creando posti di lavoro e lanciando l’economia verde.

I malumori interni ai dem

I Democratici hanno la maggioranza alla Camera, ma al Senato sono 50 contro 50 Repubblicani e solo il voto della vicepresidente Kamala Harris può fare la differenza. Con una legge di “riconciliazione”, i Democratici possono superare la possibilità di ostruzionismo da parte dell’opposizione, perché possono far passare una legge di bilancio a maggioranza semplice e non con una maggioranza qualificata di 60 voti su 100. In Senato la maggioranza può essere raggiunta solo se i 50 senatori Democratici votano all’unanimità. Ed è qui che si apre il vero conflitto: all’interno della sinistra americana.

I dem, infatti, avrebbero voluto far passare sia un piano bi-partisan (concordato con i Repubblicani) per il potenziamento delle infrastrutture, con una spesa pubblica prevista di circa 2.300 miliardi di dollari. Bocciata dall’opposizione repubblicana questa prima proposta, si è arrivati ad un piano di sola costruzione di infrastrutture da 1.000 miliardi di dollari. Su questo piano hanno ottenuto l’appoggio di 19 senatori repubblicani e il Senato lo ha approvato. I Repubblicani hanno concordato, anche se non manca una minoranza di dissenzienti. In primo luogo perché include una serie di programmi che erano condivisi anche dall’amministrazione Trump, come la costruzione di nuove strade e ponti, il potenziamento di porti e aeroporti, la modernizzazione dei trasporti pubblici e soprattutto delle ferrovie, la diffusione della banda larga. C’è anche il “marchio di fabbrica” democratico: almeno 50 miliardi del piano vanno alla tecnologia “verde” e 7,5 al potenziamento della rete di rifornimento delle auto elettriche. Non prevede un aumento di tasse, ma l’impiego di fondi non utilizzati, soprattutto quelli che inizialmente erano stati stanziati per la ricostruzione post-Covid e non erogati.

Dal piano delle infrastrutture è stata scorporata la parte sulle “infrastrutture umane”, il capitolo sociale del piano Build Back Better, molto più ambizioso e con una spesa prevista di 3.500 miliardi di dollari. Questa parte del piano, detta “di Riconciliazione”, oltre a suscitare le ire dei Repubblicani ha sollevato anche parecchie perplessità fra i Democratici stessi. Soprattutto il senatore Joe Manchin (West Virginia) e la senatrice Kyrsten Sinema (Arizona) si oppongono al colossale costo di 3.500 miliari di dollari di spesa pubblica. Anche se, dal canto loro, non indicano un obiettivo di spesa alternativo e stanno evidentemente trattando per ridurre il costo complessivo. A questo punto, sulla Riconciliazione, potrebbe venire a mancare la maggioranza dei Democratici in Senato. Per difendere la Riconciliazione, l’ala sinistra del Partito Democratico alla Camera, minaccia però di non votare il piano per le infrastrutture. Che, passato in Senato, è ancora fermo alla Camera. Bernie Sanders, senatore ispiratore anche dei deputati più liberal alla Camera, avrebbe voluto un piano da 6.000 miliardi di dollari e dal suo punto di vista il piano di riconciliazione è già una concessione.

Se alla Camera perde la parte del piano sulle infrastrutture, quella da 1.000 miliardi di dollari, perdono i centristi Democratici. E nell’immediato, visto che comprende anche il finanziamento dei trasporti pubblici, causerebbe la sospensione del lavoro per migliaia di dipendenti pubblici federali del settore (è infatti allo studio una legge-ponte ad hoc per finanziare solo quella categoria in questo periodo). Se invece, in Senato, a causa dell’opposizione dei centristi, non passa il piano di Riconciliazione, perde la sinistra del partito. In entrambi i casi, il programma dell’amministrazione Biden ne uscirebbe azzoppato.

Biden, evidentemente, teme più la sinistra della destra, nel suo partito. Tanto è vero che la proposta di riconciliazione non consiste tanto nel far dimagrire la spesa pubblica, quanto nel farla accettare. Il presidente sta facendo passare il messaggio che il piano sia a “costo zero” e che spese e ricavi si coprano a vicenda. In realtà si tratta solo di un artificio retorico. Il costo è “zero” solo nel senso che non aumenta il debito pubblico. E anche su questo, gli stessi fact checkers del Washington Post (testata tutt’altro che filo-repubblicana) hanno assegnato due premi “Pinocchio” al presidente. Perché è a impatto zero sul debito pubblico, al netto del piano sulle infrastrutture, che invece va a pesare sul deficit. Ma se anche si riuscisse, dopo altri compromessi, a realizzare un perfetto pareggio di bilancio, il BBB non sarebbe affatto a costo zero per gli americani. Biden infatti intende coprirlo alzando le tasse (“ai ricchi”) e sottraendo fondi ad altri programmi federali.

Cosa c’è in gioco

Non è solo di costi che si discute, ma anche di libertà. Ogni spesa pubblica implica, infatti, una rinuncia di libertà, anche se dissimulata bene. In questo caso la dissimulazione non c’è neppure: lo Stato finirebbe per controllare molti più settori economici ed aumenterebbe la presa anche sulla stessa vita personale degli americani. Lo scopo dichiarato è quello di ridurre i costi della vita alla classe media. Quindi: meno costi per l’infanzia, meno costi per l’istruzione superiore, calmierare i prezzi per le medicine di base e della sanità in generale, calmierare i prezzi abitativi. Sono anche previsti tagli alle tasse per i redditi più bassi e per le famiglie con figli. Si punta ad investimenti diretti sulla creazione di posti di lavoro pubblici e privati (convenzionati): più assunzioni di insegnanti per la scuola pubblica, più posti di lavoro per i settori “verdi” e più programmi di preparazione dei lavoratori. E chi potrebbe dire di no, sulla carta, ad un programma del genere? Chi potrebbe opporsi a meno tasse, a un minor costo della vita e a più opportunità di lavoro? Drenando risorse al settore privato per promuovere quello pubblico, lo Stato diventa educatore, innovatore e medico, oltre che a trasformarsi nel maggior datore di lavoro. Il cittadino americano dipenderà sempre più dallo Stato. E questa metamorfosi della società, nella terra della libertà, può anche non essere una buona notizia.