Una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro: così è stato più volte definito il Mar Cinese Meridionale, uno dei teatri più caldi del XXI secolo. Sulle cui acque si gioca una fondamentale parte della competizione geostrategica tra Stati Uniti e Cina e insistono le volontà di potenza di diverse potenze in ascesa.

Rotte commerciali da conquistare, alleanze da salvaguardare e vecchie questioni storiche da risolvere si intrecciano in un unico nodo spinosissimo. Tanti sono gli attori coinvolti in questa contesa, a cominciare dai Paesi dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico): Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam. A questi bisogna poi aggiungere, come detto, Cina e Stati Uniti, con Pechino che sta cercando di espandere la propria influenza su quello che considera il proprio “cortile di casa” e Washington che, al contrario, cerca di bloccare l’ascesa del Dragone mantenendo, al tempo stesso, i propri avamposti asiatici. Impossibile accontentare tutti. Anche perché, come anticipato, quando parliamo di Mar Cinese Meridionale si sovrappongono tra loro almeno tre differenti aspetti. Il primo riguarda le contese storiche aperte tra i Paesi regionali.

Le linee della discordia

La radice delle dispute territoriali tutt’ora in corso risale al lontano 1947. All’epoca i nazionalisti cinesi del Kuomintang realizzarono una cartina del Mar Cinese Meridionale, disegnando 11 linee tratteggiate, cioè le rivendicazioni della Cina. Peccato che queste comprendessero anche le acque situate tra Vietnam, Malesia e Filippine. Qualche anno più tardi i comunisti di Mao salirono al potere. Negli anni ’70 l’allora primo ministro cinese Zhou Enlai cancellò due linee tratteggiate, riducendole a nove. Piccolo problema: quei tratti erano troppo vaghi, senza contare il fatto che non mettevano d’accordo i vicini di casa della Cina. Tuttavia, finché il Dragone era uno Stato povero e debole, la questione rimase in sospeso. Da quando il gigante asiatico ha stretto i muscoli, Pechino è tornata a rivendicare la propria area territoriale (quella incastonata tra le nove linee).

Nel 2013 le Filippine presentarono un ricorso presso il Tribunale Permanente di Arbitrato dell’Aja, il quale, nel 2016, dichiarò la famigerata linea a nove tratti una violazione dei diritti internazionali. Last but not least, la Cina ha firmato la Convenzione sul Diritto del Mare, la quale fissa la zona economica esclusiva di un Paese nello spazio delimitato entro le 200 miglia dalle proprie coste. Dunque, le isole rivendicate dalla Cina non spetterebbero a Pechino. Che, dal canto suo, considera il verdetto dell’Aja carta straccia.

Questioni geopolitiche ed economiche

La seconda questione da analizzare in merito al Mar Cinese Meridionale è di natura geopolitica. Ogni Paese coinvolto nella contesa ha mille motivi per sfruttare appieno le acque locali. In più, bisogna considerare il necessario bilanciamento richiesto ai membri dell’Asean, in parte rivali della Cina e in parte suoi partner commerciali strettissimi.

Non a caso nel novembre 2020 è stato firmato un mega accordo commerciale che, da solo, vale il 30% del pil mondiale. Si tratta del Partenariato regionale economico comprensivo (Rcep), un partenariato che include i membri dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico, oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Si tratta del più grande accordo di libero scambio al mondo, e ogni attore coinvolto conta di capitalizzare vantaggi esclusivi.

Anche perché il Rcep copre un’area che vale un terzo dell’attività economica globale. L’accordo (ancora soggetto a ratifica nei prossimi due anni) unisce per la prima volta in unico sistema paesi asiatici filo-occidentali come il Giappone e la Corea del Sud, con paesi occidentali del Pacifico come l’Australia e la Nuova Zelanda, con i 10 paesi dell’ASEAN del sud-est asiatico, con la Cina. Ognuno di essi ha anche altre affiliazioni che provengono da processi precedenti, tra cui il CPTPP che coronò un processo iniziato da Obama (TPP), poi cassato da Trump, ma infine portato a compimento da tutti gli altri eccetto gli USA. O come il New Supply Chain Pact che ne unisce altri. Ma è da vedere se questi sistemi rimarranno ora che s’è formato il quadro sistemico generale. Parallelamente è anche probabile che se l’interesse commerciale tende ad unire questi attori regionali, l’equilibrio geopolitico porterà molti di loro a contro-assicurarsi con una più stretta collaborazione militare difensiva con gli Usa. Per questo è difficile immaginare che ci sarà una sostanziale integrazione tra il Rcep e la Nuova Via della Seta a trazione cinese, dato che i due progetti viaggiano su un binario parallelo ma su cui sono difficili convergenze di varia natura, complice la maggiore postura geostrategica della Belt and Road Initiative.

Una partita a scacchi

Arriviamo al terzo punto: l’economia. Abbiamo parlato delle nove linee tratteggiate dalla Cina. Queste si intrecciano con le zone economiche esclusive di altri Paesi. Ebbene, nessuno ha intenzione di regalare a nessuno anche un solo miglio marittimo. Per quale motivo? Le profondità del Mar Cinese Meridionale sono ricche di risorse naturali, dalle risorse ittiche agli idrocarburi. Pare che quest’area ospiti circa 10 miliardi di barili di petrolio e 25 mila miliardi di metri cubi di gas. Controllare la zona, inoltre, consentirebbe di controllare uno dei più strategici flussi commerciali del pianeta: quello che passa attraverso lo Stretto di Malacca. Da qui transitano, ogni anno, merci per un valore complessivo di 5 miliardi di dollari.

L’area che coinvolge i Paesi Asean nel quadro della partita a scacchi più ampia del contesto globale è il baricentro della demografia, degli equilibri commerciali e delle rivalità strategiche planetarie. In un articolo apparso nel maggio 2020 su Asia Times David P. Goldman ha analizzato la ripresa delle economie e dei sistemi asiatici dopo la crisi del coronavirus, sottolineando che “l’Asia è ora un blocco economico coeso. Il 60% del commercio delle nazioni asiatiche è col resto del continente, la stessa proporzione dell’Unione Europea”. E inoltre “mentre il commercio con gli Usa ristagna, quello inter-asiatico cresce anno dopo anno. La crescita del commercio cinese con Asia sud-orientale, Corea del Sud e Taiwan segnala l’estensione dell’integrazione asiatica: l’export cinese in Asia cresce più velocemente di quanto facciano i commerci tra Pechino e gli Usa”. E oltre alla Cina l’hub principale di questa crescita sono i Paesi della fascia indo-pacifica membri dell’Asean. Medie potenze ambiziose la cui postura potrà, sul medio-lungo periodo, condizionare il grande assente (per ora) dell’integrazione regionale: l’India, orgogliosamente autonoma e desiderosa di fare da sola nella corsa a trasformarsi in potenza geopolitica autonoma.

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