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L’offerta di Tether, la società emettente stablecoin basata in El Salvador e fondata dagli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, per l’acquisto della totalità della società calcistica della Juventus dalla Exor di John Elkann ha riacceso il faro sulle azioni internazionali della più strategica azienda del settore cripto e sul futuro di un intero settore.

L’ambiziosa marcia di Tether verso la Juventus

Tether, che si è fatta grande anticipando le prescrizioni del Genius Act americano e emettendo stablecoin garantite con l’acquisto di immense quote di debito americano (è tra i primi venti detentori mondiali di quote di Treasury), ha provato, mettendo sul piatto un miliardo di euro, a ruotare parte del suo portafoglio verso il controllo di un asset di diverso rango, capace peraltro di avere quel rapporto favorevole tra peso e riconoscibilità del marchio da un lato e accessibilità economica dall’altro che pochi brand come le società calcistiche possono rivendicare.

Exor e Elkann hanno per ora respinto al mittente l’offerta del socio di minoranza (ha comprato il 9% della Juventus a febbraio), ma la partita non è escluso si possa in futuro riaprire. E al netto del profondo rapporto che lega, a livello di sistema, un gruppo Exor sempre più americano nella proiezione, le ambizioni di Elkann di elevarsi a grande finanziere internazionale e il rapporto con un emittente di stablecoin capace di garantire accessibilità e visibilità a un sistema che ha come cuspide il presidente americano Donald Trump, è interessante vedere come anche i garanti di servizi legati al mining come Tether stiano mirando a cercare sbocchi nell’economia reale e in altri settori per i profitti generati nell’ambito delle criptovalute e delle stablecoin.

Gli investimenti del gruppo di Ardoino e Devasini

Tether ha riportato 10 miliardi di dollari di profitti sommando l’attività legata alla sua industria di riferimento ai guadagni ottenuti con il montante di interessi sul debito che tiene in portafoglio nei primi nove mesi del 2025. Protos ha definito l’azienda uno dei “conglomerati finanziari più importanti al mondo”, analizzando come Tether abbia promosso una strategica serie di operazioni di diversificazioni del suo business.

Oltre agli investimenti in token, tecnologia blockchain e società di mining negli Usa e in molti altri Paesi, dalla Svizzera all’Uruguay, Tether ha piazzato investimenti in gruppi come Parfin, operante nei pagamenti e nel trading digitale in America Latina, in Satellogic, start-up orientata alla sorveglianza e alla ricognizione spaziale, nella banca georgiana Pave Bank e nel gruppo di intelligenza artificiale Northern Data.

Tether vuole diversificare

A suo modo, Tether si comporta, mutatis mutandis, come i fondi sovrani o le compagnie energetiche dei Paesi ricchi di materie prime, che incamerano profitti dall’estrazione di valore di un settore strategico e trainante ponendo da essi la base per la diversificazione e la ramificazione del business. Peraltro, la stessa solidità del mondo cripto e stablecoin è tutto da dimostrare, e questa necessità si pone come impellente. Del resto, negli Usa ultimamente sull’onda lunga dell’ottovolante borsistico di novembre la solidità di Tether è stata spesso oggetto di dibattito.

Come nota One Safe, “al centro dibattito controverso c’è la composizione stessa delle riserve di Tether , in particolare i suoi ingenti investimenti in Bitcoin e oro. Sebbene queste materie prime possano generare rendimenti impressionanti, allo stesso tempo vincolano Tether all’imprevedibile ondata di volatilità del mercato”. 

La diversificazione di Tether

Ad oggi, Tether replica che i suoi asset (181 miliardi di dollari) superano le passività (meno di 175) e inoltre bisogna sottolineare che la regina delle stablecoin, di cui controlla i tre quinti del mercato mondiale, è un’azienda strategica per la politica americana di tokenizzazione del debito, di connessione del disavanzo pubblico al risparmio e all’investimento privato americano e di diversificazione delle sue forme di finanziamento.

In tal senso, l’obiettivo di Ardoino e Devasini di puntare alla scalata della Juventus si inserisce in una strategia più ampia e strutturata che mira peraltro a rendere “mainstream” e riconoscibile l’attività del gruppo basato a San Salvador, a farne percolare la visibilità al grande pubblico e a utilizzare la proprietà degli asset come leva strategica e moltiplicatore del flusso di investimenti verso i suoi portafogli e dell’interesse di aziende e start-up per i capitali che Tether può portare. Tutto questo nel quadro di un capitalismo globale dove diverse reti interconnettono Exor e Tether, arrivando fino alla Casa Bianca. Lo stop temporaneo alla scalata deciso da Exor non rende meno interessante la partita del crescente connubio tra le criptovalute e l’economia reale, che passerà sempre più per interessi strategici e sistemici impensabili solo pochi anni fa.

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