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Stando ai dati raccolti e rielaborati da un recente report dell’Ocse, gli Stati Uniti sono diventati uno dei Paesi ad economia avanzata nel quale si pagano meno tasse. Secondo Revenue Statistics 2019 del Centre for Tax Policy and Administration, nell’anno solare 2018 la nazione a stelle e strisce ha abbassato la propria pressione fiscale fino al 24,3% rispetto al proprio PIL, una cifra che si situa ben al di sotto della media Ocse, rappresentata da un buon 34,3%, di esattamente dieci punti percentuali superiore.

La revisione fiscale firmata dal Presidente Donald Trump – secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – ha spinto gli Stati Uniti al quarto posto nel mondo fra i Paesi con i più bassi oneri fiscali. Da questo punto di vista, ha sicuramente influito il pacchetto operativo di tagli fiscali firmato dai Repubblicani nel 2017, la cui cifra si aggirava attorno agli 1,5 trilioni di dollari.

Tassazione e deficit negli Stati Uniti

L’articolo comparso sul sito dell’Ocse specifica con chiarezza quali sono le scaturigini dell’ascesa imperiosa degli Stati Uniti in questa speciale classifica, che li vede dietro soltanto al Messico (aliquota fiscale del 16,1%), al Cile (21,1%) ed all’Irlanda (22,3%), e per contro immediatamente davanti rispetto alla Turchia (24,4%), alla Svizzera (27,9%) ed alla Corea del Sud (28,4%). Washington – come del resto Ankara o Dublino (ad esempio, rispetto ai dati dell’anno 2014) – ha scalato posizioni, ma pur sempre partendo da una già buona condizione.

Il report, infatti, parla del fatto che “Le importanti riforme che sono state applicate alle imposte sui cittadini e sulle società negli Stati Uniti hanno provocato un significativo calo del gettito fiscale, il quale si è abbassato dal 26,8% del Pil nel 2017 al 24,3% nel 2018. Queste riforme hanno interessato le entrate fiscali sui redditi delle società, che sono diminuite dello 0,7%, e quelle sul reddito delle persone fisiche (con un calo dello 0,5%)”.

I rapporti con la media Ocse sono lusinghieri per quel che riguarda gli Stati Uniti medesimi e la loro struttura di tassazione: un maggiore gettito fiscale proviene dalle imposte a redditi e guadagni delle persone fisiche, e da quelle su proprietà, beni e servizi; un minore gettito fiscale, invece, giunge dalle imposte a redditi e guadagni delle società e dai contributi per la sicurezza sociale. Assenti, invece, le imposte sui salari e sul valore aggiunto.

Questa operazione di taglio alle imposte e di alleviamento della pressione fiscale in territorio americano è stata possibile anche grazie agli ampi deficit di bilancio promossi dal Presidente Trump, il quale ha quindi dato vita ad un aumento del debito pubblico, nonostante il braccio di ferro contro le reticenze della Federal Reserve per ottenere una maggiore sinergia. Tuttavia, le preoccupazioni del suo governatore Jerome Powell non ne hanno scalfito le intenzioni. (Difatti, l’approccio di Powell è simil-monetarista, in netto contrasto con la reale natura della fiat money e con la candida realtà enucleata dal predecessore Alan Greenspan anni fa: “Nulla impedisce ai governi di creare tutta la moneta di cui hanno bisogno“).

Il ranking Usa non è una novità

La notevole posizione occupata dagli Stati Uniti a livello di bassa tassazione sui cittadini e sulle imprese non nasce sotto l’amministrazione Trump, ma si situa invece molto prima a livello cronologico. Non a caso, la stessa Ocse sottolinea che gli oneri fiscali, nel Paese a stelle e strisce, sono costantemente calati sin a partire dall’anno 2000, l’ultimo della presidenza del democratico Bill Clinton (all’epoca, la pressione fiscale era del 28,3%).

Lo studioso William Gale, co-direttore dell’Urban Brookings Tax Policy Center, ha dichiarato a Business Insider che quest’operazione di lungo termine è dovuta allo “spirito improntato al libero mercato” tanto della popolazione quanto dei legislatori statunitensi. Aggiungendo del basso intervento dello Stato in economia – il che non è una sorpresa, nella patria del capitalismo finanziario, ed alfiere del liberismo economico -, pur tralasciando di sottolineare l’imprescindibilità della spesa del governo, ovverosia la vera fonte di immissione del denaro nel circuito economico interno (e non solo), a sostegno di investimenti e consumi.

Tuttavia, la bassa pressione fiscale statunitense – peraltro, variegata all’interno dei vari Stati, ed i cui numeri e percentuali differiscono più o meno ampiamente gli uni dagli altri – non è una novità, né men che meno una sorpresa. Non soltanto per l’anima di libertà economica cui si è fatto cenno poc’anzi, ma anche e soprattutto per il fatto che i numeri ed i loro risvolti pratici sono in linea da tempo con questo fil-rouge di fondo: abbassare le aliquote affinché sia possibile fare impresa. Lo aveva dichiarato il quotidiano The Atlantic ancora nel 2017, riprendendo proprio i dati Ocse dell’epoca: “Gli Stati Uniti sono già un Paese con una bassa tassazione“.

Non è tutto oro quel che luccica

La pressione fiscale statunitense è quindi poco fuori da podio delle più basse nella media Ocse, e si distingue nettamente da quelle dei Paesi europei, che si attestano stabilmente attorno ad oltre il 30-40% del Pil (un’alta imposizione fiscale che, in certuni casi – come in quello italiano, su tutti -, nasconde storture sovrastrutturali, con specifico riferimento all’appartenenza all’Unione Europea). Non a caso, il sistema di welfare degli Stati della vecchia Europa è molto più sviluppato rispetto a quello americano, all’interno del quale il settore pubblico arranca prepotentemente, affidandosi per ciò stesso a privati investitori. I quali, in quanto tali, sfruttano la propria posizione di vantaggio per trarne profitto.

Ed è esattamente qui, nel sistema di “libero mercato” a tutti i costi, che si insinuano le fallacie del modello Usa. Infatti, una bassa tassazione aiuta le imprese a fare utili, ma non garantisce che questi vengano utilizzati per fare investimenti e per assicurare la qualità dei servizi, costi accessibili a tutti e salari degni ai lavoratori. L’esempio della sanità è lampante: sia bastevole pensare alla scelta di diversi cittadini americani di volare a Cuba per usufruire del servizio sanitario nazionale pubblico dell’isola.

Come detto, la bassa tassazione è garanzia di benessere delle imprese, ma non dei cittadini, i quali – in assenza di una legislazione univoca ed/od efficace – debbono adeguarsi al gioco dei datori di lavoro. Difatti, nonostante il bassissimo livello di disoccupazione attuale, esiste un lato oscuro che ne fa da contraltare: già nel 2011 le statistiche erano allarmanti, poiché enucleavano il fatto che un americano su tre fosse povero – con uno scarto sempre maggiore fra ricchi e poveri.

I miglioramenti nell’anno solare 2018 – per quanto il 12,3% della popolazione stia al di sotto della soglia di povertà, e con purtroppo un interessamento cospicuo di tale condizione della sezione giovanile della società – sono stati effettivi, ma pur sempre incompleti. Nondimeno, seppur con una tassazione ben più bassa dei Paesi europei, il numero dei poveri negli Stati Uniti è maggiore: a dimostrazione che una bassa pressione fiscale può senz’altro contribuire al benessere dei cittadini, ma al contempo che si tratta di una medicina (e di una strategia) insufficiente, se non accompagnata da sinergiche e paritetiche politiche sociali ed economiche.