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Le strade di Zanzibar sono sempre state un problema e una conquista. Nel 2007 per fare il tratto da Stone Town, la capitale, alla costa Est di Kiwengwa (circa 50 chilometri) si potevano impiegare anche due ore. Buche, tante buche e infiniti ostacoli come persone, animali: a Zanzibar come in molti paesi dell’Africa la vita si svolge sulla strada. Ed è proprio nel cuore di queste vite, sulla strada, che da poco più di un anno ci sono nuovi e inaspettati ‘”ostacoli”. Sono gli ingegneri cinesi, dotati di casco di protezione. Normale, direte voi, stupefacente dico io che ho visto svolgere a Zanzibar tutti i tipi di lavori più rischiosi senza alcuna protezione. Gli ingegneri cinesi coordinano, quindi, i lavori di rifacimento di alcuni importanti tratti di strada dell’Isola di Zanzibar (per il momento intorno ai nuovi quartieri della capitale e dalla capitale fino a Mkokotoni, a nord dell’isola). E di lato, in prossimità dei gangli più trafficati, ecco delle case tutte uguali, case con il tetto blu di lamiera. Sono i nuovi quartieri cinesi.

Sull’attenzione posta dalla Cina verso il continente Africano si è detto e scritto. Le mitiche città deserte (che esistono davvero), e questa invasione silenziosa mai interrotta che continua dagli anni ’30 ne sono la prova. Da quando qualche illuminato avrà ben intuito che in Africa era meglio mettere dei paletti. Pochi ne parlano con schiettezza, ma quella della Cina verso l’Africa è un’operazione imponente e l’elezione del cinese Qu Dongyu, ex viceministro dell’Agricoltura di Pechino, a nuovo direttore generale della Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa dell’alimentazione è l’evidente segno che gli occhi della Cina sono ben puntati sul continente africano. Ma non si può certamente generalizzare un continente vasto e variopinto come l’Africa, quindi facciamo uno zoom su uno stato, la Tanzania e su un suo ‘satellite’ Zanzibar e vediamo come qui, per la precisione, l’economia e la vita quotidiana sono sempre più influenzate dalla presenza cinese. E cerchiamo anche di capire perché la Tanzania e Zanzibar possono essere un ottimo punto di ingresso per stabilizzare la presenza cinese in Africa.

La Cina ha sempre ‘assistito’ la Tanzania con grandi e generosi progetti. In particolar modo tutta la rete ferroviaria della Tanzania dal 1970 al 1975 è stata costruita da compagnie cinesi. 1860 chilometri di rotaie che uniscono la capitale Dar El Salaam con lo Zambia. Sono stati utilizzati quindi fondi, tecniche di costruzione e ingegneri cinesi. 56mila lavoratori asiatici sono intervenuti per questo lavoro immenso. Ed è notizia di poche settimane fa che la Cina è tornata come uno dei potenziali finanziatori del progetto ferroviario di bandiera della Tanzania, il ministro degli Esteri Palamagamba Kabudi ha confermato la settimana scorsa che questa ipotesi si fa sempre più concreta. Questo non solo per implementare la linea ferroviaria ma anche per il mantenimento di quella già esistente.

La Tanzania è un raro esempio di stabilità nella regione, oltre ad essere strategicamente collocata per la posizione affacciata sull’oceano Indiano, e con un tasso di crescita del 5.8% nel 2018, si conferma come un paese dalle eccezionali prospettive economiche. Il governo cinese che da tempo investe nella regione, ha evidentemente deciso di puntare ancora di più sullo stato est-africano. China Merchant Holdings con un investimento di 10 miliardi di dollari in parte provenienti dall’Oman, in parte da China Exim Bank, trasformerà nei prossimi dieci anni il piccolo porto di Bagamoyo, cittadina a nord di Dar El Salaam, in uno dei più grandi scali commerciali della regione, con oltre 10 miglia di banchine e un volume di merce stimato in 20 milioni di container all’anno, addirittura superiore a quello del porto di Rotterdam. Il progetto, che prevede una zona economica speciale modellata su quella esistente a Shenzhen, si inquadra nella visione del futuro commerciale da parte della Cina, la Nuova Via della Seta passerà da qui. Ma non solo, grazie a manodopera a bassissimo costo sarà possibile per le industrie cinesi delocalizzare parte delle proprie produzioni avvicinandosi alla fonte delle materie prime di cui l’Africa è ricchissima.

Contrariamente a quanto fanno stati e istituzioni occidentali la Cina non si preoccupa molto del rispetto dei diritti umani, nel 2016 gli USA hanno ritirato finanziamenti al governo di Dar El Salaam per quasi mezzo miliardo di dollari per violazioni della libertà pubblica, contemporaneamente la Cina ha annunciato investimenti per oltre 125 miliardi di dollari nel continente. A proposito si è espresso senza metafore il presidente della Tanzania Magufuli dicendo in occasione dell’inaugurazione della nuova biblioteca universitaria di Dar El Salaam “La Cina è un’amica sincera che offre aiuto senza condizioni. I regali possono essere molto costosi… i soli regali che non ci costano nulla vengono dalla Cina”.

Questa unione sembra essere confermata anche dal ministro della salute di Zanzibar, Hamadi Rashidi che dopo aver inaugurato il nuovo ospedale di Pemba (la seconda isola dell’arcipelago) costruito con investimenti cinesi, ha dichiarato di aver chiamato a Zanzibar molti medici cinesi, esperti nella cura del cancro cervicale (molto diffuso sull’isola), affinché possano insegnare le nuove cure ai medici locali e pian piano invitare la popolazione a cambiare mentalità e ad utilizzare farmaci adeguati anziché fare affidamento ai guaritori tradizionali.

Ed infine il Tanzania Tourist Board (TTB), l’osservatore del turismo della nazione dell’Africa orientale, ha dichiarato di aver condotto roadshow turistici in quattro città cinesi tra il 19 giugno e il 26 giugno. Sono 261 i miliardi spesi dai vacanzieri cinesi nel solo 2017. Una cifra enorme e che ha un peso non solo economico ma anche politico. Di questo il Governo di Pechino se ne è accorto già da tempo, veicolando i suoi turisti laddove vi fosse necessità di invogliare trattative vantaggiose al paese e, contrariamente, boicottando le visite dove non vengano esauditi i ‘desideri’ dello stato cinese. Quindi pare evidente che questo interesse e questa penetrazione cinese che passa da Zanzibar, fino alla Tanzania per raggiungere il cuore dell’Africa sia un percorso preciso e facilmente attuabile.

Zanzibar in particolare è un’isola molto amata anche dagli italiani che sono i principali turisti. La piccola ma vivace comunità italiana dell’isola è composta da giovani imprenditori, ristoratori e commercianti. La competizione sull’isola si fa sempre più accesa, ma Zanzibar rimane ancora un luogo dove è possibile investire e creare impresa. Quanto questa morsa cinese potrà influire sul mercato italiano?

Lo domando a un giovane imprenditore italiano: G.D. “Zanzibar è nota per la quiete e pacificità della sua popolazione e le stupende spiagge di sabbia bianca, ma le opportunità di business non si limitano al solo settore turistico. Seppure con la tipica lentezza che caratterizza il lavoro in questa regione, si stanno facendo delle vere e proprie rivoluzioni strutturali. Il porto di Stone Town è in grande crescita, e le zone di porto franco hanno dato un notevole impulso anche al commercio, e senza dubbio ci sono ancora molti margini di crescita. Il governo zanzibarino ha stretto una serie di accordi con compagnie cinesi per lo sviluppo di strade, ma anche per infrastrutture portuali e i lavori per il nuovo terminal aeroportuale”.

La popolazione locale vive per lo più nella capitale Stone Town o raggruppata in piccoli villaggi. La percezione del business Made in China è chiara ma non necessariamente arrivano benefici per tutti. Il mercato interno è molto ridotto e il consumo di prodotti di importazione è comunque riservato a poche fasce più benestanti della popolazione.

Lentamente, senza fretta. Con poche regole, molti soldi e molte risorse su cui fare leva. Le porte dell’Africa più moderata, come la Tanzania, sono aperte a questi interventi. Regali, appunto. Da un certo punto di vista questa nuova via della Seta impedisce anche la radicalizzazione islamica della popolazione. Gente mite e tranquilla, uno Stato dove convivono tutte le religioni, da sempre. Quindi la presenza sempre più assidua dei cinesi in Tanzania può anche essere vista come un possibile limite ad una possibile espansione di gruppi radicalizzati, come invece è accaduto nel vicino e altrettanto turistico Kenya.