È il porto di Tangeri, affacciato sullo Stretto di Gibilterra, il simbolo più evidente della trasformazione industriale del Marocco. Il Tangeri Med, situato in realtà a 45 km dalla città di cui porta il nome, e in pochi anni è passato dall’essere una piattaforma regionale a un nodo globale delle catene di fornitura, capace di movimentare milioni di container e veicoli destinati a 180 destinazioni nel mondo. Grazie alla sua posizione strategica, come porta d’ingresso al continente africano e al tempo stesso vicinissima all’Europa, ha reso il Paese una calamita per gli investimenti esteri: circa 40 miliardi di dollari di investimenti in impianti nuovi di zecca dal 2020, che hanno alimentato la nascita di interi comparti industriali.
L’auto guida la corsa agli investimenti
Il settore automotive guida la corsa. Con oltre mezzo milione di veicoli prodotti nel 2024, il Marocco è già il primo costruttore d’Africa e si prepara a raddoppiare la capacità produttiva a 1,5 milioni di unità entro il 2026. L’italiana Stellantis ha annunciato l’espansione dello stabilimento di Kenitra fino a 534.000 auto l’anno, facendo arrabbiare molti, tra cui la Lega e Carlo Calenda, che si sono detti sconcertati e hanno lamentato “l’ennesima presa per i fondelli”. Lì verranno prodotte la Fiat Topolino e la Citroën Ami, mentre Renault consolida i suoi impianti di Tangeri e Casablanca. Non si tratta più soltanto di utilitarie a basso costo: la filiera locale guarda all’elettrificazione, con modelli compatti e con un crescente contenuto di componenti prodotti sul posto, destinati a raggiungere il 75% entro il 2030.
L’integrazione del Marocco nelle catene globali non riguarda solo l’auto. L’industria aerospaziale, con oltre 140 imprese e 20.000 addetti, è passata dalla produzione di cablaggi a quella di componenti per motori, fornendo Airbus, Boeing e Safran. Anche la chimica e i fertilizzanti giocano un ruolo chiave: l’Ocp, gigante di Stato, punta a produrre 20 milioni di tonnellate di fertilizzanti entro il 2027, investendo in ammoniaca verde e desalinizzazione. Ocp controlla anche le riserve di fosfato del Marocco, che rappresentano il 70% delle riserve mondiali conosciute.
La strategia di Re Mohammed VI
La strategia del regno, sotto la guida autoritaria di Mohammed VI, punta a ridurre la dipendenza dall’agricoltura (vulnerabile alla siccità) e a costruire un nuovo modello sovranità industriale, soprattutto dopo la grande paura pandemica di cinque anni fa. Oggi il 70% dei medicinali consumati nel Paese è di produzione locale, e le capacità vaccinali permettono di esportare in altri mercati africani.
Il capitolo energetico è altrettanto ambizioso. Progetti a Dakhla e Jorf Lasfar intendono trasformare il Marocco in hub di idrogeno verde e ammoniaca, mentre nuove zone industriali, finanziate dal programma Fondi II, integrano soluzioni di efficienza idrica e fonti rinnovabili.
Tutto questo si inserisce in una cornice geopolitica favorevole: il Marocco dispone di accordi di libero scambio con Europa, Stati Uniti e Medio Oriente, e sfrutta il centro finanziario di Casablanca come piattaforma per attrarre multinazionali interessate non solo al mercato marocchino, ma a un bacino di 1,4 miliardi di consumatori africani.
E se qualche analista aveva previsto la fine del riavvicinamento tra Marocco e Israele, avviato con l’accordo tripartito del 2020 mediato da Washington, a causa delle pressioni pro-pal durante la guerra di Gaza, quello che è successo è l’esatto opposto: Rabat vede nel Fronte Polisario un possibile proxy iraniano e considera vitale la cooperazione con Israele, specie in materia di intelligence e sicurezza. In pubblico, il governo marocchino tiene usa le parole che piacciono – appelli al cessate il fuoco e alla soluzione a due Stati – per tenersi buona l’opinione pubblica, ma dietro le quinte l’alleanza è più solida che mai.
Risultato: il governo è solido, e in soli cinque anni le esportazioni del regno sono cresciute di due terzi, nonostante la siccità abbia ridotto il peso dell’agricoltura. La sfida per Rabat sarà ora consolidare questi successi, evitando di restare ancorata al ruolo di piattaforma produttiva a basso costo e puntando invece su innovazione e valore aggiunto. Un’alternativa all’Asia per manifattura e tecnologie, mentre l’Occidente cerca modi per sganciarsi da Pechino, con la calma sociale garantita da furbizie e pugno di ferro.
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