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È da poco terminata l’edizione numero 112 del Tour de France, la corsa di ciclismo a tappe più importante al mondo, seguita da milioni di persone in televisione e ai bordi delle strade che tratteggiano le 21 tappe di cui si compone la Grand Boucle. A dominare la corsa sono stati due team su tutti: la UAE Emirates del campione sloveno Tadej Pogacar e la Visma Lease-a-Bike del danese Jonas Vingegaard. Eppure, tra le 23 squadre che hanno preso il via alla competizione vi è anche una piccola compagine israeliana con ambizioni mondiali: la Israel-Premier Tech. La squadra ciclistica è alla sua sesta partecipazione sulle strade francesi pur avendo racimolato in tutto solo tre vittorie di tappa. Tuttavia, i piani della squadra israeliana sono a lungo termine e mirano non solo ai risultati sportivi ma soprattutto a quelli politici: sponsorizzare lo Stato israeliano, trasformando una bicicletta in uno strumento di soft power.

La presenza della squadra Israel-Premier Tech durante l’ultimo Tour de France è stata in questa edizione particolarmente contestata: durante l’undicesima tappa a Tolosa un pro-Pal ha cercato di intromettersi nella volata finale indossando una maglia con su scritto “Israele fuori dal Tour”. Prontamente placcato dal direttore di gara, è stato poi denunciato. Numerosi sono stati gli episodi di contestazione nei confronti della squadra israeliana. D’altronde, il team è stato scortato da agenti in borghese durante la presentazione del Tour nella Grand Place di Lille. 

La squadra nasce nel 2014 dalla passione per il ciclismo del miliardario israelo-canadese Sylvan Adams, co-proprietario insieme all’ex ciclista Ran Margaliot e l’investitore Ron Baron. Proprio nel 2015, infatti, il filantropo nativo del Québec decise di fare ritorno in Israele – aliyah – iniziando la sua opera di promozione dell’immagine del Paese in tutto il mondo. Adams – oltre a sostenere progetti di cura attraverso la Margaret and Sylvan Adams Family Foundation – contribuisce anche a finanziare l’istruzione accademica israeliana con cospicue borse di studio. Ogni anno in suo nome viene assegnato il premio Nefesh B’Nefesh Bonei Zion (Costruttori di Sion) – istituito nel 2013 con l’assistenza dello stesso Adams – agli immigrati israeliani di lingua inglese più meritevoli.

Grande appassionato di ciclismo, Adams decide così di diventare comproprietario della squadra di ciclismo Israel Cycling Academy (ICA), compagine su due ruote che inizierà il proprio percorso sportivo con licenza UCI Pro Continental. Adams – autoproclamatosi “ambasciatore generale a titolo personale dello Stato di Israele” – ha fin da subito utilizzato la squadra di ciclismo come un mezzo per proiettare un’immagine ripulita dello Stato. Nel 2018 riesce ad ottenere un risultato senza precedenti: la partenza del Giro d’Italia da Israele. Per la prima volta la Corsa Rosa – dopo cento edizioni – sarebbe partita  al di fuori dei confini europei. Un risultato che lo stesso Adams sventolerà come storico al termine dell’evento:“ Grazie al Giro d’Italia un miliardo di persone ha visto un altro Israele”. L’operazione fu coordinata insieme all’allora ministra della Cultura e dello Sport Miriam Regev, durante il governo Netanyahu IV, e il ministro dello Sport renziano Luca Lotti. 

La celebre Corsa Rosa divenne così il primo grande giro a tappe a cui parteciperà la Israel-Premier Tech in occasione del 70esimo anniversario della nascita dello Stato ebraico. Le prime tre frazioni crearono fin da subito polemica: la tappa inaugurale – la cronometro di Gerusalemme Ovest – venne subito contestata per l’utilizzo della dicitura storica, risultato di 57 anni di occupazione. Rcs Sports – organizzatrice della corsa –  decise prontamente di modificarla in “Gerusalemme-Gerusalemme”. In ballo vi erano i fondi del governo a guida Likud destinati al Giro: 10 milioni di shekel per la corsa e altri due milioni per la partecipazione del corridore britannico – il keniano d’Inghilterra – Chris Froome. «Non esistono Gerusalemme Ovest e Gerusalemme Est ma un’unica Gerusalemme capitale di Israele», fu la risposta del governo israeliano, tramite le parole del ministro del Turismo Yariv Levin. Mentre l’ex sindaco di Gerusalemme Nir Barkat si spinse oltre:“ Il nostro messaggio al mondo è chiaro: Gerusalemme è aperta a tutti”. Tranne che ai palestinesi. Proprio qualche mese prima – a dicembre del 2017 – si discusse la possibilità da parte dell’amministrazione trumpiana di spostare l’ambasciata da Tel Aviv nella Città Santa, riconoscendola come capitale unica di Israelem, servendosi del Jerusalem Embassy Act del 1995. La decisione fu poi confermata a maggio 2018. Dietro a tutto ciò, oltre la cortina delle relazioni politiche, vi era la longa manus di Sylvan Adams. 

Il miliardario, infatti, è stato il grande artefice dell’organizzazione del “più grande evento sportivo mai realizzato nel Paese” come Presidente onorario del Comitato Grande Partenza Israele. La prima volta per una corsa dei Grandi Giri (Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta a Espana) in un territorio extraeuropeo. Per il magnate dell’immobiliare – che sempre a maggio del 2018 inaugurò il primo velodromo coperto del Medio Oriente a Tel Aviv – il Giro d’Italia era parte di una strategia che – attraverso il ciclismo – vorrebbe potenziare l’immagine di Israele. “Lo definirei l’antidoto al BDS”, ha dichiarato proprio l’imprenditore riferendosi alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro le politiche di apartheid israeliane. Un antidoto costato 80 milioni di shekel per sponsorizzare la candidatura per le prime frazioni del Giro d’Italia.

Nel 2021 Adams ha poi ingaggiato il campione iridato Chris Froome e l’eccezionale scalatore canadese Michael Woods, unitisi all’ex cecchino dell’esercito israeliano Guy Niv nel team. Dal 2022 l’azienda leader di elettrodomestici canadese Premier Tech è divenuta main sponsor. L’azienda è stata colpita da tre avvisi di garanzia per attività illegali di lobbying – pressioni illecite – sul governo canadese tra il 2008 e il 2016.

Se il team cerca di assumere un profilo basso e neutrale – sostenendo il proprio orientamento apolitico – non può di certo passare inosservato, invece, l’orientamento emanato dal miliardario Adams. Scelto per accendere una delle dodici torce sul Monte Herzl in occasione dell’apertura delle celebrazioni per il 75° Giorno dell’Indipendenza di Israele, ha commentato emozionato:“ Ho ereditato il senso del sionismo”. Inoltre, si ritiene che Adams abbia contribuito a portare Madonna ad esibirsi all’Eurovision Song Contest nel 2019 e che abbia ottenuto che la Supercoppa di Francia tra Paris St.Germain e Nantes si disputasse nel 2022 a Tel Aviv.

Sempre più uomo ombra del governo israeliano, Adams è stato recentemente nominato presidente della sezione israeliana del World Jewish Congress (WJC). “Le persone in tutto il mondo non capiscono la vera situazione e non capiscono che siamo una nazione benevola, pluralista, tollerante e democratica”. Finendo poi per elogiare il presidente statunitense:“ Abbiamo il migliore amico mai avuto alla Casa Bianca, Donald Trump”. 

A completare il trittico dirigenziale dell’Israel-Premier Tech, insieme all’ex ciclista Margaliot, vi è l’investitore Ron Baron. Direttore esecutivo e CIO del gruppo Livermore Investments Group, Baron è stato anche manager della filiale svizzera della Banca Leumi – la più antica banca israeliana – a Zurigo. Nata come filiale della Jewish Colonial Trust, denominata Anglo Palestine Company, ad inizio Novecento, l’istituzione bancaria rientra tra i soggetti economici che finanziano l’occupazione dei territori della Cisgiordania secondo il report delle Nazioni Unite del 12 febbraio 2020. Secondo tale dossier, infatti, tra le 112 aziende che favoriscono gli insediamenti illegali – in West Bank, sulle alture del Golan e a Gerusalemme Est –  vi è anche la Banca nazionale israeliana, grazie ad “operazioni bancarie e finanziarie che aiutano a sviluppare, espandere o mantenere gli insediamenti e le loro attività”. Inoltre, la Banca Leumi è da decenni contestata da una parte dell’opinione pubblica israeliana poiché tacciata – secondo una ricostruzione di Al Jazeera – di aver tratto profitto dall’Olocausto sottraendo milioni di risparmi alle vittime ebraiche. Dopo due anni d’indagine da parte della Commissione della Knesset, l’ex ministro della Giustizia Tommy Lapid definì l’istituzione: “l’ultima banca al mondo che si rifiuta di pagare i sopravvissuti alla Shoah”.

Le dinamiche di sportwashing investono così anche il ciclismo mettendo in funzione quella che lo stesso Baron ha definito come “diplomazia sportiva”. Dall’altra parte del muro, invece, la bicicletta diventa uno strumento di sopravvivenza. Durante i primi mesi della guerra un gruppo di para-ciclisti – i “ Gaza Sunbirds” – ha utilizzato le biciclette a disposizione per portare aiuti umanitari. Le biciclette rappresentano per i palestinesi uno strumento di libertà. Per Sohaib Samara – uno dei fondatori nel 2016 dei Ramallah Riders, ora Cycling Riders – la libertà di movimento insita nel pedalare è un forma di resistenza contro gli insediamenti illegali sempre più frequenti in Cisgiordania: riferendosi alla sottrazione coloniale della terra, nel 2020 disse: “Se smettiamo di muoverci, gli occupanti ne ruberanno di più”.  

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