Il Financial Times promuove il rilancio dell’economia italiana e indica il trittico di riferimento su cui il Paese può “accelerare la ripresa”: la campagna vaccinale estremamente avanzata, la ripresa sistemica delle esportazioni e il rafforzamento degli investimenti.

Il prestigioso quotidiano della City di Londra ha dedicato un pezzo strutturato al rilancio del sistema-Paese che ha “cambiato marcia”, e la questione è tutto fuorché cronicistica: il Ft parla direttamente all’orecchio dei grandi investitori internazionali, della finanza di punta del sistema globale e dei principali stakeholder delle maggiori economie del pianeta, di cui è una bussola fondamentale.

Le previsioni per il 2021 della Nota di aggiornamento al Def del governo Draghi prevedono un +6% nel Prodotto interno lordo, una crescita dei consumi del 4%, un rafforzamento della produzione industriale dell’11% e soprattutto una crescita degli investimenti, pubblici e privati, del 14%. La presidente del B20 Emma Marcegaglia ha nel recento summit di preparazione al G20 per le imprese dei Paesi più industrializzati al mondo sottolineato proprio questa dinamica come cruciale per il rafforzamento dell’Italia negli anni a venire e lo stesso è stato sottolineato da un’autorevole esperta di peso dell’economia internazionale contattata dal quotidiano della City di Londra: Laurence Boone, capo economista dell’Ocse, sottolinea che l’Italia ha la possibilità di “resettare la sua economia” con il Piano nazionale di ripresa e resilienza e gli investimenti più strategici, mentre la posizione per il Paese appare “molto diversa da quella degli anni passati”.

A questo va aggiunto il fatto che il deficit produttivo impostato con il Pnrr e destinato ad essere rafforzato nelle prossime manovre finanziarie prevede l’attivazione di un circolo virtuoso tra crescita economica e riduzione del rapporto debito/Pil che bene fa sperare sulle dinamiche strutturali dell’Italia. L’Italia beneficia innanzitutto del clima positivo garantito dall’espansione monetaria della Banca centrale europea e, inoltre, della sospensione delle regole comunitarie su debito/Pil e deficit che mira a far evolvere in una rottura della gabbia del rigore.

L’endorsement del Financial Times non è il primo che arriva sul nostro Paese dopo l’ascesa al governo di Mario Draghi e la fine del disastro economico dell’era giallorossa. Già il Dipartimento di Stato Usa aveva, nei mesi scorsi, sottolineato che “Italy is good for business” nel suo report sull’economia internazionale. Un sostegno strutturato alla ripresa nazionale avvenuto dopo che durante la fase iniziale della pandemia, nel pieno dello schianto della borsa e della fiammata sui Btp, la finanza Usa guidata da BlackRock Goldman Sachs si lanciò a consigliare ai suoi clienti e partner l’acquisto delle emissioni sovrane italiane, contribuendo assieme alla Bce a stabilizzarle.

Il punto principale sottolineato dal Ft, in quest’ottica, è legato al fatto che la crescita degli investimenti pare strutturale e che tanto sul fronte pubblico quanto su quello privato si fa sempre più consistente la ripresa della crescita industriale, dello stimolo alle infrastrutture e delle politiche per la transizione energetica e il rilancio dell’economia nazionale. Una dinamica complessa a cui si aggiunge la presenza di una serie di riforme su cui lo spettro politico e il mondo economico sono sostanzialmente concordi: la riforma della giustizia, in particolar modo, è ritenuta operativamente fondamentale dagli investitori internazionali, in quanto la certezza del diritto e il freno alla moltiplicazione dei processi infiniti in campo civile e penale appaiono un abilitatore chiave per aumentare la competitività del Paese.

Il Ft non menziona, in ogni caso, quello che è il vero potenziale dell’Italia in questa fase. Un potenziale che colpevolmente la politica e il mondo economico hanno a lungo dimenticato, se non addirittura involontariamente ostacolato: il capitale umano fatto di competenze imprenditoriali, innovative e al passo coi tempi, di un settore tecnologico e della ricerca vivo, di un capitale sociale risultato capace di non franare di fronte alla sfida della Grande Recessione prima e della pandemia poi. Un capitale, questo, che costruisce giorno dopo giorno la ripresa economica e che negli anni a venire andrà valorizzato anche – se non soprattutto – rispondendo alle inquietudini che caratterizzano il Paese sotto il profilo delle disuguaglianze sociali, delle tensioni interne ai corpi intermedi, del timore di un ritorno di fiamma della pandemia. Nubi che andranno fugate per permettere che i benefici della ripresa si distribuiscano, a cascata, sull’intero corpo del Paese.