La svalutazione dello yuan prosegue a gonfie vele. La Cina ha trovato un’arma efficace per rispondere ai dazi americani e continua, senza troppi complimenti, a depennare il valore della propria moneta per annullare l’effetto delle tariffe di Trump sulle esportazioni cinesi negli Stati Uniti. La People’s Bank of China, cioè la banca centrale cinese, è arrivata a fissare la parità dello yuan con il dollaro sopra quota 7; ieri era ferma a 6,9996. Secondo il New York Times questa nuova mossa del Dragone lascia intendere che Pechino continuerà quasi sicuramente a indebolire lo yuan, intensificando le tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Difficile prevedere fin dove arriverà la Cina, anche se gli analisti ritengono che il governo cinese possa portare la parità fino a 7,5 o addirittura 8.

Pechino svaluta ancora la propria moneta

Abbassando la parità della propria valuta con il dollaro americano, la Cina andrebbe a ridurre l’impatto delle tariffe statunitensi sull’economia. Per alcuni analisti, tuttavia, Pechino arriverà difficilmente a 7,5, arrivando al massimo a una quota compresa tra 7,2 e 7,25. Il motivo è semplice: al governo cinese non interessa tanto creare problemi agli Stati Uniti ma assorbire i costi derivanti dai nuovi dazi imposti da Trump. Dal prossimo primo settembre, infatti, Washington aumenterà del 10% le tariffe su 300 miliardi di dollari di merci cinesi importate negli Stati Uniti; la misura si aggiunge alla precedente, cioè l’incremento dei dazi del 25% su altri 250 miliardi di dollari di prodotti, sempre provenienti dalla Cina. Tra meno di un mese, dunque, le esportazioni del Dragone in terra americana (550 miliardi di dollari) saranno interamente tassate.

Annullare i costi generati dai dazi Usa

I primi dazi, quelli del 25%, sono già stati ammortizzati dalla Cina svalutando lo yuan. Ora Pechino deve trovare il modo per pararsi le spalle dagli effetti della seconda ondata di tariffe, ed è per questo motivo che la banca centrale continuerà a svalutare finché non sarà sicura di aver annullato ogni possibile contraccolpo. Per alcuni esperti, come ha scritto su Start Magazine il global strategist di Intermonte, Antonio Cesarano, per pareggiare il costo degli ultimi aumenti tariffari Usa, la People’s Bank of China dovrebbe svalutare il costo del denaro in Cina di circa il 5%.Così facendo Pechino “potrà assorbire l’aumento delle tariffe americane che rendono più cari del 10% 300 miliardi di dollari di beni cinesi che esporta negli Usa, rendendo meno cari, grazie alla svalutazione del 5%, tutti i 550 miliardi di dollari di made in China che invia negli Stati Uniti”. In tal caso la Cina pareggerebbe i conti con Washington.

Un’escalation pericolosa

Il gioco è semplice ed è pura matematica. Prima dei dazi, la Cina esportava i suoi prodotti alle aziende americane a un dato prezzo; dopo i dazi, gli acquirenti dovevano aggiungere una data percentuale al prezzo. Il che rappresenta un costo in più da sostenere per i soggetti interessati ai prodotti, non sempre sostenibile. Trump spera di limitare le esportazioni cinesi puntando su questo effetto ma la Cina ha trovato la scappatoia per bypassare l’ostacolo: svalutare la moneta. Rendendo più debole lo yuan, i prezzi delle merci cinesi si abbassano, al punto da rendere inutili i dazi. L’unica soluzione che hanno gli Stati Uniti per controbattere è aumentare ulteriormente i dazi; a quel punto il Dragone svaluterebbe ancora la propria moneta. E così via fino al punto di non ritorno.