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Dopo le prime indiscrezioni riportate dal Financial Times nella giornata di ieri Ursula Von der Leyen ha ufficialmente presentato il piano “Sure” per una cassa integrazione di matrice comunitaria. Sure, che è l’acronimo di “State sUpported shoRt-timE work”, si prefigura il ruolo di ammortizzatore sociale europeo in grado di ridurre i rischi della perdita massiccia di posti di lavoro a causa della crisi da coronavirus che sta mettendo a dura prova l’Europa.

Sure, secondo le fonti giunte finora allo scoperto e le notizie annunciate, funzionerà come un ammortizzatore sostitutivo, permettendo alla Commissione di pagare una parte dello stipendio dei lavoratori a rischio licenziamento consentendogli di rimanere in organico nelle imprese in crisi fino al termine dell’attuale emergenza e, in prospettiva, anche oltre, dato che lo choc subito a causa dell’epidemia potrebbe essere solo la prima fase di un lunga depressione. Il crollo delle commesse e degli ordinativi rischia di essere una conseguenza di primo rango della crisi e l’Ue nelle intenzioni mira a intervenire in questo modo per sostenere gli Stati.

“Il sistema, in sostanza, si basa sull’idea che lavorare meno è uguale a lavorare tutti. Nel senso che con un sussidio pubblico per la riduzione dell’orario di lavoro si ammortizzano gli effetti della crisi in termini di perdita dei posti di lavoro”, fa notare Italia Oggi. Il meccanismo opererà attraverso i prestiti agli Stati e, in sostanza, non rappresenta una reale innovazione, dato che è da almeno cinque anni che si parla di uno strumento del genere in Europa.

I dubbi sul tema di un meccanismo del genere sono legati al fatto che, in assenza di altre misure attive volte a favorire la crescita e la difesa dell’economia europea, rischia di rimanere ridotto e, al tempo stesso, favorire una sorta di “competizione” interna all’Unione. Saranno tra gli 80 e i 100 miliardi di euro le risorse messe a disposizone, ma sorge un dubbio: garantire un posto di lavoro al netto della possibilità di sostenere il costo della vita è un compito diverso se si parla di contesti diversi come, ad esempio, Grecia, Italia, Irlanda e Germania. Sulla carta, scrive Borsa Italiana, ” si prevedono altre garanzie: un approccio ‘rigoroso e conservativo’ nei prestiti, una costruzione del portafoglio prestiti che limiti il rischio di concentrazione, l’esposizione annuale e l’esposizione eccessiva ai singoli Stati membri, garantendo nel contempo che risorse sufficienti possano essere concesse agli Stati membri piu’ bisognosi”. Ma la possibilità che il meccanismo vada in stallo di fronte ai differenziali di reddito e costo della vita non è da escludere.

Con altrettanta legittimità l’Italia potrebbe reclamare, per esempio, un trattamento economico parificato rispetto ai lavoratori tedeschi, e la Germania un ammontare di risorse tali da coprire un numero di lavoratori proporzionale a quelli a rischio in altri Paesi. Inoltre, è da valutare l’adattabilità del contesto normativo del Sure alle divergenze tra i tipi di impresa nei vari Paesi: quanti lavoratori potranno usufruire del meccanismo in imprese in crisi di taglia paragonabile, ad esempio, a quelle del settore automobilistico? Quanti nel panorama delle piccole e medie imprese?

L’idea, in sè, è senz’altro un passo avanti. Ma pare che alla Commissione faccia difetto il labor limae necessario a rendere condivisa e operativa una misura che, per esser pienamente di rottura, deve essere ulteriormente raffinata.