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Da quasi due anni, su queste colonne, ci interroghiamo su quale possa esser stato, sino ad ora, il peso di Paolo Gentiloni come Commissario agli Affari Economici di Ursula von der Leyen. Un cambio di governo, una pandemia, una crisi sistemica e un Recovery Fund dopo i dubbi permangono. L’ex premier, commissario commissariato dallo “zar” economico della squadra della von der Leyen, il superfalco Valdis Dombrovskis, è riuscito negli anni a disattendere in partenza le speranze del governo giallorosso di una “ricompensa” per la svolta europeista dopo l’uscita dal governo di Matteo Salvini nel 2019, a non incidere pienamente dopo lo scoppio della pandemia per una svolta anti-austerità promossa dagli Stati prima che dai palazzi di Bruxelles e, nei giorni in  cui il Recovery Fund prende il via, a garantire che i cambiamenti via via in atto diverranno strutturali.

Nei giorni scorsi, parlando con Repubblica, l’ex premier è sembrato disimpegnarsi in partenza dalla possibilità che l’Unione europea modifichi negli anni a venire i trattati che regolano le discipline di bilancio e i famosi parametri stabiliti a Maastricht prima e nel Patto di Stabilità poi. Le famose soglie del 3% e del 60% divenute note nel mondo politico e nella pubblicistica nostrana sono da Gentiloni, certamente non erroneamente, ritenute un problema “culturale”: “Il 60% era la media del debito all’epoca, appunto, dell’accordo di Maastricht. Da allora il debito è cresciuto per tutti e costa meno perché i tassi sono più bassi” dal momento dell’intervento della Banca centrale europea. Ma dietro al paravento del fatto che la Commissione non può proporre in primo piano modifiche ai trattati Gentiloni mette le mani avanti: “Non credo che si potranno modificare i Trattati”. Un vero e proprio “siluro” alle aspettative e alle prese di posizione del governo italiano di Mario Draghi, che nelle settimane scorse aveva invece esplicitamente richiesto questa possibilità. La volontà di spezzare definitivamente la gabbia del rigore, di rendere permanente Next Generation Eu e di impostare definitivamente la svolta keynesiana per promuovere politiche per la crescita in tutta Europa è nelle esplicite intenzioni di Draghi.

“Voglio essere molto chiaro. È fuori discussione che le regole sul patto di stabilità dovranno cambiare”. Queste le parole pronunciate dal Presidente del Consiglio rispondendo al question time alla Camera il 12 maggio scorso. “La mia linea – ha continuato il Premier – è che le attuali regole sono inadeguate, lo erano e lo sono di più per l’uscita dalla pandemia. Dovremo concentrarsi su un forte slancio della crescita per assicurare la sostenibilità dei conti pubblici”. Una presa di posizione chiara ed esplicita che cozza con la maggiore arrendevolezza di Gentiloni, che si trova schiacciato tra le diverse anime dell’Unione, compresa quella austeritaria che sta gradualmente riprendendo piede e contro cui Draghi, assieme al presidente francese Emmanuel Macron, si è scagliato.

Gentiloni propone al massimo una riverniciatura green e “sostenibile”: rivedere le regole di rientro dal debito per gli investimenti in transizione ecologica e digitale. “Il Patto di Stabilità e Crescita dovrebbe diventare il Patto di Crescita sostenibile e Stabilità”, ha fatto notare l’ex premier. Che aggiunge un richiamo di responsabilità all’Italia: Gentiloni richiama alla prudenza nella spesa corrente e sottolinea che come Paese “dobbiamo scalare una vetta, non nuotare su un mare di soldi europei”. Certamente una dichiarazione in controtendenza con quanto fatto dopo la caduta del governo Conte, che ha permesso una ripresa dell’operatività strategica dello Stato e la strutturazione di un Piano nazionale di ripresa e resilienza capace di andare oltre i semplici stanziamenti comunitari e di aggiungere investimenti a tutto campo.

Comprendiamo certamente il fatto che un esponente della Commissione rappresenti quest’ultima e non il Paese di riferimento. Ma lo scarto tra le prese di posizione e le azioni del governo Draghi e quelle dell’ex presidente del Consiglio e alto papavero del Partito Democratico è certamente d’impatto. Chiaramente non immagineremmo un’analoga contrapposizione nel caso di Thierry Breton e Macron, che sul fronte industriale e tecnologico hanno costruito una sinergia che promuove in Europa l’interesse nazionale francese. Per mancanza di spazi operativi, per ridotta volontà politica o per semplice inerzia Gentiloni non riesce a promuovere uno sforzo simile. Con la conseguenza che, nonostante il suo ruolo apicale, l’Italia si ritrovi di fatto sottorappresentata nella Commissione.