La geopolitica della corsa allo spazio
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Uno studio condotto da uno dei principali esponenti dell’Università di Yale è destinato a fare molto rumore nel mondo del business internazionale. Alla guida di un team dello Yale Chief Executive Leadership Institute il professor Jeffrey Sonnenfeld, tra i massimi esperti nel mondo delle ricerche sul business, ha completato una ricerca dal titolo indicativo: It Pays for Companies to Leave Russiaovvero “lasciare la Russia conviene alle aziende”, in riferimento all’ondata di abbandoni del mercato della Federazione da parte di compagnie occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina.

Un migliaio di grandi aziende ha già deciso di lasciare la Russia dopo il 24 febbraio. Qualcuno, come McDonald’s, alienando completamente i suoi asset; qualcun altro, ad esempio Renault, mettendo già in conto un possibile ritorno dopo la guerra.

Lo studio di Sonnerfeld e colleghi, utilizzando un set di dati proprietari che tiene traccia di 1.200 società analizzate tra marzo e aprile, segnala che i mercati azionari stanno effettivamente premiando le società per aver lasciato la Russia mentre puniscono quelle che rimangono nel Paese. E per molte aziende il ritorno in termini di capitale già supera il costo dell’addio a Mosca. “Molte delle società che abbiamo identificato come rimaste in Russia hanno visto le loro azioni crollare dal 15 al 30 per cento”, si legge nella ricerca, “anche se gli indici di mercato chiave sono scesi solo circa dal 2 al 3 percento”.

Se da un lato in una fase in cui le borse sono in calo e i valori generici si stanno ridimensionando, le 139 imprese uscite dalla Russia in Europa e Usa analizzate da Yale non hanno complessivamente conosciuto perdite significative o si sono al massimo assestate sulla difesa dei loro valori sei di esse – Heineken, Shell, Exxon, Carlsberg, AB InBev e Société Générale -, che hanno visto effettivamente una creazione di valore borsistico di gran lunga superiore al valore delle attività svalutate con l’uscita dalla Russia. Queste società hanno subito svalutazioni di asset per oltre 14 miliardi di dollari salvo poi generare quasi 39 miliardi di dollari in successivi guadagni di capitale. Per Sonnenfeld e colleghi il fatto chiaro è che “eliminare il rischio reputazionale” della permanenza in Russia è un guadagno, mentre a ciò si aggiunge la messa al riparo delle aziende dai rischi di esproprio e dalle controsanzioni di Mosca.

“La ricchezza degli azionisti creata attraverso guadagni di capitale ha già superato di gran lunga il costo di svalutazioni una tantum per le società che hanno deprezzato il valore delle loro attività russe”, nota Yale, aggiungendo che “la nostra analisi dei mercati del credito e dei derivati, in particolare del debito societario con scadenza più lunga, degli spread creditizi e dei relativi prezzi dei credit default swap, dimostra che la risposta degli investitori è stata incredibilmente ampia su tutti i mercati finanziari”. L’analisi è arrivata alla conclusione in una fase in cui, va sottolineato, l’economia russa stava venendo colpita con durezza dalle sanzioni e dalla fuga di capitali, dunque è possibile che sia interiorizzato in questi dati un fattore distorsivo connesso alle voci di possibili default russi nella fase in cui le compagnie uscivano dal Paese e il rublo crollava.

Le compagnie occidentali stanno attuando il decoupling dalla Russia anche evitando di spedire la medesima quantità di prodotti di prima nella Federazione, come ha sottolineato il Premio Nobel per l’Economia Paul Krugman in un recente editoriale per il New York Times citato da Il Foglio: “a marzo le esportazioni delle democrazie alleate verso la Russia sono diminuite del 53 per cento rispetto ai livelli normali. Ma nello stesso periodo a essere diminuite sono state anche le esportazioni dai paesi neutrali o filorussi, inclusa la Cina, verso la Russia, crollate di una cifra grosso modo identica: il 45 per cento” per l’anemia del mercato interno di Mosca.

Due fattori, però, impongono di non trarre da questi dati conclusioni definitive: nella ricerca di Yale, infatti, da un lato mancano i dati di maggio e dall’altro si valorizza unicamente il tema del peso finanziario di ogni azienda. Il punto chiave dell’economia reale è, complice il focus di breve periodo, trascurato: ed è su quel punto che per molte aziende, specie quelle che hanno lasciato commesse e mercati in Russia, si peserà la conseguenza maggiore dell’addio alla Federazione nei prossimi anni. Un guadagno finanziario di breve periodo non giustifica necessariamente l’affermazione che l’addio alla Russia sia stato per tutti un affare. L’analisi di Yale andrà analizzata in futuro alla luce di nuovi dati.

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