Storie – Ezio Vanoni, lo stratega della rinascita economica italiana

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Tra le figure meno note dell’epopea italiana della Ricostruzione post- Seconda guerra mondiale quella di Ezio Vanoni è, a decenni di distanza dalla morte, una delle maggiormente meritevoli di valorizzazione. Il politico democristiano ed economista nativo della Valtellina ha, in una carriera precocemente spezzata dalla morte avvenuta nel 1956 a soli 53 anni, teorizzato e realizzato molti obiettivi strategici che hanno consentito all’agenda italiana di crescita e re-industrializzazione di esprimersi.

Nato a Morbegno il 3 agosto 1903, Vanoni vide la sua traiettoria ideologica e politica incrociarsi con altri due convalligiani, Pasquale Saraceno e Sergio Paronetto. Laureato all’Università di Pavia, ricercatore in scienze economiche in Germania, docente negli Anni Trenta a Cagliari, Roma e Padova in campi come il diritto finanziario e la scienza delle finanze, Vanoni vide una carriera universitaria ostacolata dalla mancata iscrizione al Partito Nazionale Fascista riscattata dall’incontro con i “ragazzi di Morbegno“, Saraceno e Paronetto, che ai tempi di poco precedenti la Seconda guerra mondiale erano dirigenti dell’Iri, l’istituto che gestiva le partecipazioni pubbliche acquisite dallo Stato dopo la crisi del 1929.

L’amicizia umana e intellettuale tra tre figli della periferia lombarda ritrovatisi nella Capitale fu fondamentale per far maturare in Vanoni il decisivo rapporto con il futuro primo ministro Alcide De Gasperi e la riscoperta della fede cattolica. All’ombra del disastro bellico, i giovani economisti studiavano la propria visione per un’Italia futura, democratica e fondata su un modello economico che sapesse, sul fronte del legame tra etica e sviluppo, mettere al centro l’uomo e la sua dignità come membro di strutture sociali e collettive virtuose e capaci di difendere la persona e il lavoratore di fronte alla pretesa di ipertrofia dello Stato e del potere economico.

Visioni, queste, che nel 1943 furono messe a terra nell’elaborazione del Codice di Camaldoli, realizzato da un gruppo di economisti di area cattolica per porre le basi della Costituzione post-bellica e che avrebbe costituito uno dei fari del programma politico della Democrazia Cristiana. Vanoni fu tra i massimi ispiratori dei lavori delle calde giornate di luglio in cui si compose un Codice che, si è scritto su True-News, “riassunse le basi di un’economia sociale di mercato alternativa sia al capitalismo anglosassone che al totalitarismo di stampo fascista o comunista; promosse una serie di visioni politiche che mettevano al centro i corpi intermedi formali (partiti, sindacati, etc.) e non, come la famiglia. Elaborò molto attentamente la questione della funzione sociale della proprietà e della dignità del lavoro“.

Economia e etica umana, in una prospettiva solidaristica, sono state viste come profondamente integrate. E Vanoni dopo la fine della guerra farà tesoro di tali esperienze. Dal 1948 al 1954 fu il guardiano dei conti dei governi di di Alcide De Gasperi e del breve esecutivo di Giuseppe Pella come Ministro delle Finanze. Nella sua linea si coniugarono responsabilità fiscale e difesa della necessità dello sviluppo italiano. Due furono i grandi risultati del lavoro di Vanoni.

Da un lato, la prima legge organica su un moderno codice tributario per l’Italia, l’attuazione del principio costituzionale della progressività dell’imposta. Vanoni vedeva la razionalizzazione fiscale, da lui concretizzata attraverso l’introduzione della dichiarazione dei redditi, come “strumento utile alla costruzione di un nuovo ethos politico e morale” in cui la “giustizia sociale e la democrazia economica passano attraverso iniziative incisive di equità fiscale”, ha scritto il docente dell’Università di Macerata Giuseppe Rivetti definendo quello di Vanoni un approccio fiscale “dal volto umano”.

L’altro fronte fu lo sdoganamento del sostegno della Democrazia Cristiana al sistema di economia mista che avrebbe fatto grande l’Italia. L’economista Alberto Quadrio Curzio ha fatto notare su Huffington Post che in Vanoni era chiara” la complementarietà tra imprese pubbliche e imprese private. La sua determinazione nel sostegno a Enrico Mattei (come lui un partigiano cristiano antifascista) per l’Agip prima e per l’Eni poi è dovuta alla consapevolezza della fragilità nell’approvvigionamento energetico dell’Italia, della necessità di garantirlo per lo sviluppo industriale della ricostruzione, della necessità dell’impresa pubblica sia per la sua capacità di operatività (anche politica) all’estero, sia per fornire a tutte le imprese, a pari prezzo, l’energia evitando extra profitti monopolistici”. Fu la presenza di Vanoni nel governo a dare all’amico Mattei, con cui era solito discutere di grandi temi durante lunghe battute di pesca o passeggiate montane, la sicurezza che nessuno avrebbe invertito il percorso tracciato verso la costituzione dell’impresa pubblica dell’energia.

Vanoni morì “sul campo”, il 16 febbraio 1956, in Senato, dopo aver pronunciato un discorso e essersi seduto nell’ufficio del presidente Cesare Merzagora per riposare. Vanoni aveva da poco assunto la carica di Ministro del Tesoro del governo Segni e spingeva per l’attuazione di un suo progetto volto a promuovere investimenti e riforme per rendere meno disomogeneo il divario Nord-Sud, rilanciare l’occupazione e mantenere la crescita del Pil al 5% annuo con una pianificazione decennale. L’ultima sua proposta rimase la più grande incompiuta. Ma a decenni di distanza non si può non riconoscere il ruolo dell’uomo nativo della Valtellina nel dare all’Italia una moderna e strutturata capacità di competizione con le altre grandi economie della Terra.