Vendono qualsiasi cosa: dai cibi confezionati ai prodotti per l’igiene personale, dalle bevande alle sigarette. Sono aperti tutto l’anno, compresi i giorni festivi, e offrono solitamente un servizio a orario continuato 24 ore al giorno. Si chiamano convenience store, oppure konbini – se vogliamo usare un termine giapponese, dove attività del genere sono autentiche istituzioni – o più comunemente ancora minimarket. Tanto ignorati in Italia, quanto sempre più diffusi in Europa e comuni negli Stati Uniti, questi negozietti rappresentano veri e propri pilastri della quotidianità di milioni e milioni di cittadini asiatici.
A proposito di Giappone, il Paese in questione ospita alcune tra le più famose e importanti catene di convenience store del mondo. Una, 7-Eleven – che conta oltre 84mila punti vendita in 19 Paesi: dall’Australia al Messico, dalla Svezia alla Corea del Sud – da giorni continua ad occupare le cronache economiche…
7-Eleven, il minimarket del momento
A fine agosto, Alimentation Couche-Tard. una società canadese che controlla più di 16mila minimarket e stazioni di servizio dislocati tra Nord America ed Europa, ha presentato un’offerta pubblica dal valore di 39 miliardi di dollari per acquistare la catena 7-Eleven (ricordiamolo: la più grande catena di konbini del Giappone, con più di 21mila negozi). Il gestore giapponese del marchio, Seven & i, ha alla fine respinto l’assalto straniero. Il consiglio di amministrazione dell’azienda si è confrontato con un comitato di consulenti nominato appositamente per analizzare il dossier, appurando che una cessione non sarebbe stata nell’interesse dei suoi azionisti per due ragioni.
La prima: il valore troppo basso dell’offerta messa sul tavolo dal gruppo canadese. La seconda: questioni normative, o meglio di concorrenza, che sarebbero sorte sul mercato statunitense. In caso di fumata bianca, sarebbe andata in scena una delle più imperiose acquisizioni di un’azienda giapponese da parte di un soggetto straniero.
L’importanza dei convenience store
La storia di 7-Eleven, controllata da Seven & i, in passato Ito-Yokado, è emblematica. In principio la catena era statunitense (fondata a Dallas nel 1927). Aprì il primo negozio in Giappone nel 1974, dove riscontrò un successo senza precedenti. Con la gestione dell’imprenditore Masatoshi Ito, il marchio cambiò pelle e, almeno nel contesto nipponico, assunse una forma sui generis.
Arriviamo quindi al 1991, quando l’americana Southland Corporation, la società che possedeva la 7-Eleven, attraversa un’aspra crisi. A quel punto Ito fiuta il colpaccio e acquista le quote di maggioranza del gruppo, salvo poi iniziare ad espandere la catena in Asia. A partire dal 2007, 7-Eleven sarebbe diventata completamente giapponese.
Ma la storia del konbini più famoso del Giappone ci porta anche a fare una riflessione: negozi del genere potrebbero prendere sempre più piede anche in Italia, aiutando a risolvere non pochi problemi quotidiani a migliaia di lavoratori nel bel mezzo dell’aumento dei prezzi del cibo.
In Asia i convenience store sono presenti a ogni angolo – oltre a 7-Eleven citiamo FamilyMart, Lawson e CU – e consentono ai lavoratori di effettuare pause pranzo a costi irrisori. E da noi? I pochi che ci sono vengono considerati quasi negozi di serie B. Almeno per il momento…