400 milioni di euro: questo il valore dello stock di investimenti che potrebbe andare perso se il governo non correggerà la dannosa politica energetica che porterà nei prossimi anni allo stop di buona parte dei progetti di estrazione di idrocarburi in via di perfezionamento nel Paese.

Assomineraria ha aggiunto che la politica introdotta col Ddl Semplificazioni, fondata sulla doppia penalizzazione dell’aggravio delle tariffe per le concessioni esistenti e della moratoria su nuovi progetti offshore, rischia di aprire un varco da circa 300 milioni di euro l’anno nelle casse statali tra mancato gettito fiscale, riduzione delle royalties e perdite indotte. La manovra impatta su un settore che aveva già conosciuto fasi di affanno: dal 2013 al 2017, ad esempio, sono stati perforati solo sette pozzi di esplorazione, nessuno dei quali a mare, dove l’ ultimo pozzo perforato risale al 2008, proprio a causa delle crescenti incognite sul futuro del settore in Italia.

L’associazione di categoria delle società dell’estrazione energetica ha inoltre aggiunto in un recente rapporto che ridurre la produzione nazionale di idrocarburi diminuisce la sicurezza energetica del Paese e, contrariamente a qualsiasi retorica, non aiuta affatto a migliorare la situazione ambientale: “Per importare il gas è necessario bruciarne una percentuale importante per comprimerlo e trasportarlo, con il conseguente aumento delle emissioni di gas clima-alteranti di circa il 25% rispetto al gas prodotto in Italia”.

L’impatto occupazionale, in questo contesto, è altrettanto notevole e, con l’inaugurazione di una serie di casi aziendali legati a perdita di occupazione o precarizzazione del settore, rischia di amplificare gli effetti sugli investimenti. Il settore italiano dell’estrazione, infatti, si basa sul virtuoso comparto dei beni e servizi all’attività operativa, soprattutto upstream, che risulta tra i leader mondiali in materia, con un giro d’affari da 20 miliardi di euro.

I settori in questione occupano 20mila persone su siti operativi italiani, 100mila contando l’indotto e i progetti nazionali nel complesso. Sono 10mila nella sola Emilia-Romagna ed erano 4.500 a Ravenna, il cui distretto ha negli ultimi anni perso circa 700 addetti. Come dichiarato dal consigliere regionale ravennate del Partito democratico Gianni Bessi in occasione della promulgazione del Ddl Semplificazioni la manovra di penalizzazione del settore energetico nazionale colpisce maestranze specializzate, tecnici, ingegneri, professionisti che da anni animano un settore ad alto tasso d’innovazione, rappresentato sia da grandi attori come Eni e Saipem che da una ragnatela di vitali imprese di taglia minore.

E la mossa che ha avuto nel Movimento Cinque Stelle il suo grande sponsor rischia di favorire, attraverso l’aumento dell’import di gas e petrolio, proprio quelle grandi multinazionali contro cui i grillini puntano il dito, a scapito di piccole realtà locali: “Di fatto l’Italia si sfila dalla competizione nel settore e decide di affidarsi per la produzione di energia esclusivamente a fonti importate. E pensare – ha evidenziato Bessi in un’intervista – che proprio il Movimento Cinque Stelle ha accusato a lungo i difensori dell’esigenza di aumentare la produzione nostrana di gas di essere al servizio delle multinazionali”. Una violazione del principio di non contraddizione che avrebbe del comico se di mezzo non ci fosse il futuro di un settore promettente e del lavoro di migliaia di persone con le loro famiglie.