La corsa di Stellantis agli investimenti strategici oltre Atlantico non si ferma. La casa automobilistica basata in Olanda e nata dalla fusione tra l’italo-americana Fca e la francese Psa investirà 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti per rafforzare la sua presenza industriale.
Il Piano America di Stellantis
Il Ceo Antonio Filosa ha messo in campo l’investimento annunciato dal presidente John Elkann in occasione del conferimento di un premio da parte della National Italo-American Foundation (Niaf) a Washington come “imprenditore globale”.
Si tratta del più grande investimento in conto capitale in un singolo Paese di Stellantis dalla sua nascita, quasi cinque anni fa, e di una mossa che non apre solo la strada all’aumento della produzione della Casa negli Usa, dove già sforna all’anno 8 milioni di veicoli e dove è presente con 34 stabilimenti, centri logistici e laboratori di ricerca basati in 14 Stati, ma rafforza anche una tendenza di politica industriale che certo non dispiacerà al presidente Donald Trump.
Per capirlo bisogna analizzare la geografia degli investimenti annunciati: Stellantis si concentrerà nelle aree storicamente deindustrializzate del Paese, riaprirà la fabbrica Jeep di Belvidere, Illinois; Warren e Detroit, in Michigan, saranno centrali per gli investimenti Dodge. Altri centri manifatturieri saranno aperti tra l’Indiana e l’Ohio.
Elkann-Filosa, la strategia americana di Stellantis
Il tandem Elkann-Filosa punta per gli investimenti sulla Rust Belt la cui reindustrializzazione è stata centrale nei programmi di campagna elettorale di Trump nel 2016 e nel 2024, e la cui contesa da parte di Joe Biden fu decisiva per la sconfitta del 2020. E, fatto importante, si tratterà in larga misura di impianti finalizzati alla costruzione di modelli a combustione interna, assecondando una tendenza cara all’attuale amministrazione che non vuole in alcun modo accelerare la transizione forzata all’elettrico.
“L’annuncio segue una strategia chiara: rafforzare la presenza negli Stati Uniti, anche alla luce del recente legame con l’amministrazione americana”, ha scritto il sempre ben informato Bruno Babando, direttore de Lo Spiffero, aggiungendo che Elkann sostiene che il legame transatlantico “non è mai stato così forte”.
Il mercato dei veicoli negli Usa è solido
Sul fronte industriale, ad oggi, è chiaro che per Stellantis, desiderosa di riportare in auge le sue fortune di mercato e i suoi utili dopo un 2024 e inizio 2025 complessi, dare la priorità all’America sia comprensibile: il mercato statunitense è dinamico e a settembre ha segnato 16,8 milioni di unità vendute per tutti i tipi di veicoli: +32% dallo stesso mese del 2021, +21% in tre anni, +4,7% in due e +2,3% anno su anno a testimonianza di una crescita robusta e accumulata che nessuna grande economia avanzata dell’Occidente può rivendicare in questo settore.
Fattori come i dazi americani sulle auto importate, i fattori-costo positivi sul fronte dell’energia degli Stati Uniti, la presenza di una regolamentazione più lasca sulla transizione all’elettrico rendono favorevoli le prospettive d’investimento per un settore ad alta intensità di capitale negli Stati Uniti.
Perché l’America attira gli investimenti di Stellantis
La storia dell’investimento di Stellantis negli Usa è l’altra faccia della medaglia della stagnazione europea dell’automotive. Innanzitutto, le dimensioni del mercato continentale non sono minimamente paragonabili. Con poco meno di 13 milioni di unità di veicoli di ogni tipo, l’Europa vende in un anno meno di quanto gli Usa facciano in un mese e inoltre il dato è sceso di circa tre milioni di unità dal 2019 al 2024.
Il capitalismo industriale esiste in funzione della domanda ed è chiaro dove i trend emergano più favorevoli. Inoltre, i dazi spingono la produzione capital-intensive lontano dal Vecchio Continente e il fattore dei costi dell’energia incentiva ulteriormente questo trasferimento. La demografia, poi, sarà sul lungo periodo un driver ulteriore: vivace in America, è stagnante in Europa, ampliando il divario sui possibili mercati di riferimento in termini di dimensionamento.
Il piano di reindustrializzazione americano pensato da Donald Trump inizia a essere corroborato, dunque, da investimenti pianificati e non è un caso che sia proprio John Elkann a spingere questa manovra nel quadro di un rilancio delle relazioni economiche transatlantiche e di crescenti ambizioni di inserimento nelle reti del capitalismo globale.
Elkann-Trump, partnership sempre più solida
Il premio della Niaf lo conferma: gli Agnelli-Elkann vanno considerati una famiglia pienamente italo-americana che in questa direzione vuole consolidare il proprio futuro. Bisogna prenderne pienamente atto, anche in relazione al solido rapporto tra il presidente di Stellantis e Ferrari e Ceo di Exor con il capo di Stato Usa.
Da inizio anno Elkann ha incontrato Trump due volte a gennaio prima dell’insediamento, è stato con lui a Riad nella visita in Arabia Saudita e nel susseguente business forum di maggio e a giugno è stato ricevuto nello Studio Ovale assieme al presidente della Fifa Gianni Infantino e a una delegazione della Juventus, squadra di calcio di proprietà di Exor e avente tra gli azionisti Tether, colosso delle stablecoin caro a The Donald per la sua strategia che usa l’incamerazione di debito americano come sottostante per l’emissione delle proprie criptovalute. Una partnership consolidata e destinata a espandersi ulteriormente, specie per la consapevolezza che il margine di crescita del mercato americano è promettente per Stellantis e le altre grandi case.
Le grandi partite economiche e tecnologiche plasmano il mondo di oggi. Su InsideOver le commentiamo con attenzione e curiosità. Per contribuire a sostenere una testata che vuole leggere il mondo di domani mentre è in elaborazione, abbonati e sostieni il nostro lavoro.

