Un sistema economico gestito quasi come se fosse un’azienda, adattato agli obiettivi prefissati da minuziosi piani quinquennali di antica memoria, arricchito da graduali aperture e impregnato di progressive riforme. Il modello economico cinese, del tutto particolare e sui generis, presenta caratteristiche talmente uniche che impediscono agli studiosi di etichettarlo con una sfilza di definizioni fin troppo abusate. Anche se molto superficialmente termini come “capitalismo di Stato” o “comunismo” aiutano a comprendere meglio l’oggetto di ricerca di cui stiamo parlando, concetti del genere risultano a dir poco riduttivi.

Nella letteratura cinese gli autori usano la perifrasi “socialismo con caratteristiche cinesi”, un gioco di parole apparentemente incomprensibile che, dietro al linguaggio burocratese e a una patina di marxiana memoria, racchiude il Santo Graal del motore economico cinese. Per capire di che cosa stiamo parlando, è utile riprendere sotto mano il fondamentale articolo scritto nel 2016 dal giurista dell’università di Oxford, Mark Wu. Il titolo del paper è emblematico: The ‘China, Inc.’ Challenge to Global Trade Governance.

China Inc: eccola qui l’espressione che, a detta di molti, dovrebbe essere utilizzata per indicare il sistema economico cinese. Un’espressione che consente di esprimere le contraddizioni di un modello che può contare, accanto al ruolo dello Stato, anche sul decisivo contributo di due ulteriori aspetti: 1) la crescita delle imprese private e 2) il ruolo del Partito Comunista cinese (PCC) nell’indirizzare le cosiddette SOE (State-owned enterprises), cioè le aziende strategiche amministrate direttamente dal governo.

Le sei caratteristiche di China Inc.

In un ottica del genere, lo Stato deve essere gestito come una specie di azienda. I suoi obiettivi? Accrescere lo sviluppo economico del Paese, offrendo sempre maggior benessere alla popolazione, e dominare il mondo con i propri colossi societari. In Cina le SOE sono controllate dallo Stato, in particolare dalla SASAC (State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council), un’agenzia governativa che di fatto amministra i campioni nazionali. Gli stessi impegnati in settori altamente strategici.

La seconda caratteristica della China Inc. riguarda il particolare controllo finanziario presente oltre Muraglia. Lo Stato garantisce sì la competizione, ma mantiene l’ultimo controllo sulle risorse finanziarie attraverso i tentacoli di quattro giganti bancari: Bank of China, Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank e Agricultural Bank of China. Tutte e quattro sono a loro volta controllate da un’altra entità, il Central Huijin Investment Ltd. Per trasformare il controllo in azione, dobbiamo poi citare il ruolo della National Development and Reform Commission, una commissione di pianificazione a tutti gli effetti che contribuisce alla stesura dei piani quinquennali, adatta i prezzi e monitora gli altri progetti.

Quarta caratteristica: i conglomerati “con caratteristiche cinesi”. Se il Giappone può contare sui keiretsu e la Corea del Sud sui chaebol, la Cina si affida alle SOE. Arriviamo così agli ultimi due attori da considerare, che coincidono con la quinta e sesta caratteristica della China Inc.: il Partito Comunista cinese (PCC) e le imprese private. Il Partito unico stabilisce un certo controllo sull’economia controllando le nomine dei dirigenti delle SOE (ricordiamo infatti che in Cina le nomine economiche, oltre un certo limite, devono ricevere l’ok del PCC). Le società private, invece, possono aprire interessanti mercati, nei quali i vertici statali sono pronti a incunearsi per accrescere ulteriormente il peso del sistema economico cinese.

Le affinità con il modello giapponese

Va da sé che il termine China Inc. non nasce dal nulla. Anche per descrivere il segreto della crescita giapponese, a cavallo tra gli anni 60′ e 80′, alcuni studiosi occidentali coniarono un termine simile. In quel caso si trattò di Japan Inc., un concetto che assomiglia molto a quello adottato decenni più tardi da Mark Wu. Japan Inc. è un concetto usato per descrivere il sistema economico del Giappone, altamente centralizzato e basato su una strategia di sviluppo della crescita guidata dalle esportazioni.

La cultura aziendale nipponica, radicata sul capitalismo e sui profitti delle esportazioni, aveva impressionato il mondo intero, Stati Uniti compresi. La percezione occidentale, soprattutto negli anni ’80, era che l’alleanza tacita tra i burocrati giapponesi (gli allora corrispettivi degli attuali funzionari cinesi) e le società guidate dal governo di Tokyo (le attuali SOE cinesi) desse vita a politiche commerciali sleali. Il miracolo giapponese iniziò tuttavia ad eclissarsi negli anni ’90. Da allora, il Giappone ha subito enormi cambiamenti, sia politici che economici, che hanno ridimensionato lo stereotipo vincente della Japan Inc. In ogni caso, la caratteristica principale della macchina giapponese coincideva con il ruolo chiave giocato dal ministero del Commercio nipponico, istituzione che guidò lo sviluppo del Paese durante il secondo dopoguerra puntando sulle esportazioni.

I risultati furono eccellenti, tant’è vero che in quegli anni (’70-’80, coincidenti con il miracolo giapponese) il Giappone poteva vantare il secondo pil più grande al mondo dopo quello americano e addirittura il più grande pil pro capite (anni ’80). La bolla – è proprio il caso di dirlo – esplose all’inizio degli anni ’90. A causa di una profonda crisi economica, causata dall’eccessiva speculazione, Tokyo fu costretta a tirare i remi in barca e frenare le proprie ambizioni. Il Paese stava entrando in quello che avrebbe preso il nome di decennio perduto.

Stati come aziende

Ma quello che è interessante notare è il funzionamento del sistema economico nipponico, che mostra diversi punti in comune con il modello cinese. La crescita giapponese avvenuta subito dopo la Seconda Guerra Mondiale fu innescata dagli investimenti americani. I soldi statunitensi furono gestiti da Tokyo, che nel frattempo aveva promosso una precisa regolamentazione della propria economia, una sorta di road map per rinascere e competere con il resto del mondo. Il governo giapponese limitò le importazioni e promosse le esportazioni, proprio nello stesso momento in cui la Banca del Giappone iniziò ad aprire il rubinetto dei prestiti. Montagne di yen si stavano dirigendo nelle casse delle aziende più importanti del Paese, con l’intenzione di stimolare gli investimenti privati.

La strettissima collaborazione tra i dirigenti aziendali e i funzionari governativi fu la prima chiave del successo. La seconda, invece, riguardava le alleanze commerciali tra le stesse aziende (note come keiretsu), istituzionalizzate dall’alto. Sia chiaro: fin dalla sua apertura al resto del mondo, il Giappone non ha mai avuto alcuna intenzione di affidare il futuro della nazione al liberismo economico. Lo Stato, da subito, ha svolto un ruolo primario nel processo di industrializzazione. In che modo? Attraverso il citato e famigerato Ministero per il commercio internazionale e l’industria (Miti), i cui burocrati avevano il compito di pianificare e implementare la politica economica nazionale. Detto altrimenti, la politica industriale giapponese non si proponeva soltanto di crescere, ma anche di creare industrie competitive da piazzare sul mercato globale in settori strategici. Affinché ciò funzionasse (e funzionò alla grande), era necessario che il governo avesse il totale controllo dell’economia. Lo schema di sviluppo seguito dal Giappone fu imitato dalla maggior parte delle nazioni asiatiche. Anche dalla Cina, che ha saputo riadattarlo al proprio contesto politico-economico.