Lo spread Btp-Bund, ovvero la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiano e quelli tedeschi, ha beneficiato, almeno in parte, dell’esito delle ultime elezioni amministrative svoltesi in Italia. Sembrava che la maggioranza fosse sul punto di sgretolarsi e che la spallata del centrodestra fosse lì a un passo. Così non è stato. O almeno, non si sono verificate le condizioni sperate dall’opposizione.

Alla fine il “pareggio” con il risultato di 3-3 ha avuto due effetti: ritoccare le crepe presenti sulla facciata del governo giallorosso e riportare la serenità sui mercati. Basti pensare che lunedì scorso la Borsa aveva perso il 3,75%, per poi avanzare dello 0,54% il giorno successivo. Tornando al differenziale Btp-Bund, la forbice è tornata sotto il tetto dei 140 punti, con picchi pari a 136.

Si tratta, questo, di un punto di arrivo che non si vedeva da mesi. Precisamente dalla metà di febbraio, prima dello scoppio della pandemia di Covid-19. Volendo fare un paragone, questo valore equivale a meno della metà di quello raggiunto nel periodo più nero dell’emergenza sanitaria. A questo punto è interessante chiedersi il perché di un simile cambiamento di registro e fare qualche previsione in vista del futuro.

Perché lo spread è sceso

Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, gli investitori esteri hanno controbilanciato le ingenti vendite relative ai mesi di marzo aprile soltanto in parte. Come se non bastasse, sul lungo periodo pesano due incognite: quella sulla crescita e quella sulla tenuta dei conti. Certo è che il rendimento del Btp a 10 anni si è ridotto di più di 10 punti, toccando un minimo di seduta pari allo 0,87%. Per quale motivo?

Abbiamo parlato delle elezioni regionali. Ebbene, il rischio di una ridotta instabilità politica dopo le votazioni ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai mercati. La combinazione del “sì” al referendum costituzionale e il pareggio alle regionali, ha sottolineato Barclays in una nota, ha ridimensionato “le ambizioni della destra” e rafforzato “la coalizione di governo spostando l’asse in favore del Pd”. Detto altrimenti, gli investitori considerano come fattori chiave la stabilità politica – che, a quanto pare, sembrerebbe assicurata – e l’eventualità di elezioni anticipate – ipotesi al momento così remota da non esistere.

Anche perché la riduzione del numero di parlamentari comporta tempi tecnici piuttosto corposi, sia per ridisegnare collegi che per fare una nuova legge elettorale. Insomma, è pressoché impossibile assistere al voto entro gennaio. Per quanto riguarda il 2021, i primi sette mesi potrebbero, almeno in linea teorica, regalare sorprese. Poi, una volta superato questo ostacolo, scatterà il cosiddetto semestre bianco.

Cosa succederà adesso

Unicredit concorda sostanzialmente con gli analisti di Barclays: il rischio politico è stato “significativamente ridotto” dall’esito elettorale. Un governo considerato stabile dai mercati avrà il compito di gestire i prossimi appuntamenti chiave presenti sull’agenda italiana, tra cui la legge di bilancio e l’utilizzo del Recovery Fund. Questo vale per il breve termine. Ma che cosa succederà nel lungo periodo?

Il mercato non ha alcuna intenzione di esporsi sul rischio Italia. All’orizzonte si stagliano un paio di ombre. Troviamo l’aumento del debito pubblico, necessario per fronteggiare gli effetti nefasti della pandemia, e l’ipotetico declassamento del rating, non ancora scongiurato. Accanto alla questione politica, dunque, si fa strada il tema economico. Gli interrogativi rispondono al nome di sostenibilità fiscale, efficacia delle misure intraprese dal governo e tempistica degli investimenti derivanti dai fondi europei. Già, perché se è vero che gli investitori internazionali puntano alla crescita di un Paese, è importante che il potenziale di quel dato Paese possa essere ben visibile. E molto dipenderà dai fattori citati.

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