Joe Biden prepara la sua agenda di governo che guiderà la nuova amministrazione statunitense dal prossimo 20 gennaio e un ampio spazio nelle discussioni è occupato dall’economia e dai piani strategici di lungo periodo per rilanciare gli Usa dopo la crisi pandemica e un 2020 estremamente complesso. Se la “Trumpnomics” è stata caratterizzata da un forte stimolo sul lato dell’offerta, con i massicci tagli fiscali divenuti la cifra determinante della politica pro-business di Donald Trump, nei programmi il piano democratico intende valorizzare, nei prossimi anni, lo stimolo sul fronte della domanda interna, il rilancio della spesa pubblica in deficit per la creazione di posti di lavoro, infrastrutture strategiche, piani governativi di lungo periodo.

Secondo un report di Moody’s, infatti, il programma di Biden potrebbe mobilitare un aumento complessivo della spesa pubblica di 7,3 trilioni di dollari nel corso del prossimo decennio. Almeno 4 miliardi di questi, secondo l’agenzia di rating, dovrebbero venire da nuovo deficit federale, mentre nelle previsioni dei democratici c’è senz’altro l’idea di alzare le tasse sui profitti corporate ottenuti dalle imprese sia con l’attività ordinaria che in forma finanziaria, piano con cui Biden intende mobilitare 1,4 trilioni di maggiori entrate dal 2021 al 2024 ma che si scontra con la possibilità che i repubblicani mantengano il controllo del Senato.

Questo fronte risulterà il più combattuto assieme al triplice fronte sociale su cui Biden chiede maggiori interventi: scuola, sanità e welfare, infatti, saranno indirizzati nel prossimo quadriennio da programmi che mirano a mobilitare, rispettivamente, 636 miliardi di dollari per il rilancio dell’istruzione pubblica e la riduzione dei debiti studenteschi, 727 miliardi per estendere Medicare a tutti i cittadini sopra i 60 anni e rafforzare l’Obamacare con un programma pubblico e 367 miliardi per rafforzare le reti assistenziali. Misure che hanno portato Biden a definire la sua piattaforma elettorale come la più progressista dai tempi di Franklin Delano Roosevelt, ma che al contempo richiederanno, prima ancora di arrivare alle Camere, una fortissima mediazione tra le diverse anime del Partito Democratico.

Maggiore spirito bipartisan potrebbero trovare altre misure dal carattere sistemico. Da un lato, Biden intende seguire quanto fatto dall’amministrazione Trump e mettere sul piatto un nuovo pacchetto da circa 2 trilioni di dollari per lenire gli effetti economici della pandemia, pensando anche a progetti di sussidio diretto alle famiglie in difficoltà e a garanzie per le imprese di piccola e media dimensione. Repubblicani e democratici hanno mediato con responsabilità in primavera un piano di aiuti senza precedenti nella storia Usa che, dopo un 2020 da incubo, dovrà necessariamente essere ripetuto.

Un altro progetto fondamentale è quello del rilancio delle infrastrutture e della produzione interna del Paese con uno stimolo “keynesiano” appoggiato con forza dall’ala democratica vicina a Bernie Sanders ma capace di ammiccare anche ai trumpiani: Biden, stima Moody’s, necessiterà di circa 870 miliardi di dollari per mettere in cantiere il progetto di rilancio, riqualificazione e rafforzamento di ponti, strade, autostrade già esistenti e, nel suo programma, prevede 400 miliardi di dollari di sostegno al piano “Made in America” per la reindustrializzazione delle filiere strategiche nel Paese (sistema sanitario in primis) e 300 miliardi di finanziamento all’innovazione e alla ricerca su 5G, intelligenza artificiale, biotech e altre nuove tecnologie. La riconferma come leader repubblicano al Senato del coetaneo e a lungo collega di Biden Mitch McConnell, navigato veterano di Capitol Hill in rappresentanza del Kentucky, apre in tal senso ampi margini di mediazione sul tema.

Una maggioranza democratica al Senato darebbe maggiori speranze a Biden di incassare i piani “sociali” e di portare al contempo a realizzazione un’altra policy ritenuta decisiva dai progressisti nel partito: la transizione energetica e gli investimenti in energia pulita che andranno programmati con maggior rigore dopo il fallimento del radicale e inapplicabile “Green New Deal” della giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, affondato al Senato nel 2019 senza nemmeno un voto favorevole. Biden, con pragmatismo, intende distillare gli investimenti sostenibili sia nel comparto infrastrutturale che attraverso piani di medio e lungo periodo realistici e con i piedi per terra. Capaci, secondo Moody’s, di mobilitare comunque quasi 500 miliardi di dollari. Da impiegare per nuove infrastrutture idriche, impianti di generazione tramite rinnovabili, rilancio dell’efficienza energetica e via discorrendo, come proposto dal suo team di consiglieri sull’ambiente che comprende il miliardario Tom Steyer e l’ex capo dell’Environmental Protection Agency Carol Browner.

Tra i maggiori consulenti economici, come riporta il Financial Times, il centrista Biden ha inserito una variegata rosa di studiosi, dirigenti d’azienda e figure istituzionali delle più diverse vedute. Il “cerchio magico” di Biden è rappresentato da un’ex figura apicale del suo team vicepresidenziale, Stef Feldman, e di due esponenti dell’amministrazione Obama, l’ex sottosegretario di Stato Antony Blinken e un altro funzionario apicale di Foggy Bottom, Jake Sullivan. Attorno a queste figure, Biden ha arruolato l’ex compagno democratico nella rappresentanza del Delaware al Senato, Ted Kaufamn, un ex direttore del National Economic Council, Jeff Zients, l’ex governatrice della Federal Reserve Janet Yellen e una celebre economista eterodossa come Stephanie Kelton.

E in questa parata di super-consulenti proprio la Kelton, considerata vicina a Sanders durante le primarie, è una delle figure chiave da tenere d’occhio, in quanto autrice del tentativo di sintesi tra i programmi della sinistra e del centro democratico in funzione interventista. 51enne docente all’Università del Missouri e economista capo presso la minoranza Democratica della commissione bilancio, la Kelton è una delle principali propugnatrici delle tesi della Teoria monetaria moderna (Mmt), che afferma il controllo del governo sulla circolazione di denaro, il ruolo propulsivo della spesa pubblica come volano della crescita economica e il superamento dei vincoli di bilancio come freno reale all’azione anti-crisi di un governo. Prospettive che Biden sembra aver incorporato con forza nella sua campagna elettorale e nel suo piano politico: ora per il Presidente eletto inizia la fase più difficile, la trasformazione delle proposte in progetti concreti superando le resistenze interne al partito e mediando con i repubblicani alle Camere. Obiettivi che già nella fase di transizione andranno programmati con cura.