Quando, nel giugno 2007, il colosso del gas russo Gazprom e l’Eni firmarono il primo memorandum d’intesa per la costruzione del gasdotto South Stream, potenzialmente in grado di portare il cane a sei zampe nel cuore della Siberia e l’azienda chiave della politica energetica di Mosca nella distribuzione nel nostro Paese, la strategia energetica nazionale avrebbe potuto svoltare definitivamente.

Tali aspettative, avviate dai confronti tra Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, e Vladimir Putin, ebbero un’ulteriore spinta dal ritorno al governo di Silvio Berlusconi, che dal 2008 in avanti impostò una visione strategica fortemente interessata a coniugare gli interessi politici ed economici di Mosca e Roma.

South Stream, che presto evolse in un progetto europeo con l’ingresso di Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia, Croazia e Austria, avrebbe rivoluzionato il posizionamento energetico del Paese a cavallo tra Europa e Mediterraneo, ma fu seppellito dalle turbolenze politiche che dal 2014 in avanti hanno sconvolto l’Europa orientale. In cui, sotto pressione degli Stati Uniti guidati da Barack Obama, l’Italia seguì il resto d’Europa nell’adesione al contenimento economico e strategico anti russo. Abdicando al progetto South Stream, sospeso dapprima in Bulgaria per poi essere cestinato dalla stessa Russia. Con una vittima eccellente, l’italiana Saipem che si è vista cancellare, d’un tratto, i contratti già assegnati per 2,4 miliardi di euro.

Nei giorni in cui il gasdotto TurkStream, alternativa individuata dal Cremlino, diviene pienamente operativa e in cui tra trivelle sospese, incertezza sui gasdotti mediterranei e inazione politica le manovre italiane sul gas naturale risultano timide, confuse e prive di strategia l’amarezza per quei giorni sorge spontanea. Tanto da accomunare, nel rimpianto, due commentatori posti agli antipodi dello spettro politico-informativo.

Alberto Negri fa notare: “Perché come Paese contiamo poco o niente? Una delle risposte è venuta questa settimana nella stretta di mano tra Putin ed Erdogan all’inaugurazione del Turkish Stream, il simbolo del fallimento della nostra politica estera nel Mediterraneo e in Libia. […] Peccato che alla Germania in questi anni sia stato consentito di raddoppiare il North Stream con Mosca e alla Turchia, riottoso membro della Nato, di raggiungere accordi con Putin nel gas e persino negli armamenti”.

L’Italia non ha saputo esercitare sovranità, nel corso dei passati governi, in materia di politica energetica, e ora si ritrova in una situazione precaria: marginale nella nuova partita gasiera del Mediterraneo, dipendente da approvvigionamenti esterni e schiacciata nella guerra fredda del gas che divide gli arrembanti Stati Uniti dalla coriacea Russia, salda nella difesa delle sue pipeline, e tagliata fuori dall’hub europeo del gas che si va consolidando nella Germania di Angela Merkel.

La sovranità politica è uno stato di fatto, non un’ideologia o un feticcio: compito dei governi e dei decisori è esercitarla tenendo conto di vincoli, condizionamenti e, soprattutto, interessi vitali di un Paese. In materia energetica l’Italia ha compiuto un triplice autogol: esternalizzando le responsabilità per la decisione delle fonti privilegiate al Vecchio Continente, non definendo una seria politica sugli approvvigionamenti in una fase di rinvigorimento dell’offerta internazionale e non riuscendo a mediare tra pulsioni ideologiche (la russofobia nel caso delle sanzioni a Mosca, l’ambientalismo per lo stop alle trivellazioni) e scelte pragmatiche e ragionevoli che la politica energetica per necessità impone.

Alle radici di tutto, il silenzioso via libera all’affossamento di South Stream. Un progetto riconosciuto in maniera bipartisan come strategico per il Paese che l’Italia, al contrario della Germania merkeliana, ha accettato di abbandonare senza colpo ferire. Il cui abbandono ha aperto la strada a una serie di incertezze culminate nella stretta di mano tra Erdogan e Putin: certificazione definitiva del fatto che il cuore pulsante del gas euromediterraneo non sarà in Italia.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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