Nei giorni in cui l’Europa aspetta le elezioni tedesche e, in vista di capire chi governerà a Berlino, i Paesi del Sud Europa iniziano a muoversi per cambiare le regole del Patto di stabilità i falchi rigoristi ritrovano compattezza per opporsi a questa eventualità.

Nelle scorse settimane erano partite, come prevedibile, le due regine dell’austerità, l’Austria e l’Olanda, chiedendo per mezzo dei governi e delle rispettive banche centrali chiarezza sul futuro del piano di stimoli della Bce e delle politiche fiscali europee.

E se nel 2020 l’Olanda di Mark Rutte ha promosso una difesa oltranzista della linea del rigore, ora a superare L’Aja in radicalità è il governo austriaco di Sebastian Kurz. L’Europa non scivolerà in un’Unione del debito”, ha avvertito il ministro delle Finanze, Gernot Blumel, convinto che “creare debiti sia pericoloso, anche con bassi tassi di interesse” e che si debbano difendere assiduamente il totem del rapporto 3% deficit/Pil, la soglia massima del 60% nel rapporto debito/Pil e la necessità di politiche di rientro per i Paesi che sforano.

L’Eurogruppo odierno prenderà atto dell’assenza di un consenso in vista delle elezioni tedesche del 26 settembre e non promuoverà passi in avanti sulla riforma del Patto, ma vedrà con ogni probabilità un rafforzamento dell’asse tra i rigoristi esteso oltre i tradizionali confini della Nuova lega anseatica. A muovere le sue pedine proprio Blumel, che ha presentato un documento molto sintetico in vista del vertice informale tra i ministri economici e finanziari d’Europa, che in poche righe riassume la profondità della trincea del rigore su cui sono schierati i falchi. “I trattati Ue richiamano i Paesi membri alla necessità di ridurre i deficit eccessivi”, si legge nel documento, “e questo deve rimanere un obiettivo comune” anche dopo la crisi del Covid, si legge nelle carte che Politico ha potuto visionare. Poche, inequivocabili parole capaci di ricompattare i rigoristi. Il documento austriaco ha ricevuto l’immediato appoggio olandese ed è stato sottoscritto dai ministri di sei Paesi: Finlandia, Slovacchia, Svezia, Danimarca, Repubblica Ceca, Lettonia.

I cultori del rigore, insomma, non demordono. Tengono duro ache dopo una pandemia che ha mostrato la rovinosità delle scelte di chi vuole trasformare l’Unione in un campo di battaglia, ha visto la Germania di Angela Merkel fare mea culpa sull’austerità, mostrato la necessità di politiche anticicliche, sfatato i dogmi individualisti, iper-competitivi e mercantilisti che le nazioni del Nord Europa hanno a lungo difeso e l’Austria volontariamente promosso. Sono terrorizati dall’ipotesi che la svolta anti-austeritaria post-Covid a cui buona parte dell’Ue è stata spinta, l’introduzione del fondo Next Generation Eu, tutto fuorché un piano colossale di spesa, la politica sempre più interventista della Banca centrale europea e il nuovo vento keynesiano di cui leader come Mario Draghi in Italia Antonio Costa in Portogallo si sono fatti interpreti diventino la nuova normalità d’Europa.

Il fatto che l’Austria, e non l’Olanda, sia in prima fila assume valenza strategica. L’Olanda è la nazione che più di tutte in politica interpreta il “calvinismo” rigorista, l’irremovibilità dalla responsabilità sui conti pubblici, l’identificazione con i principi dell’austerity. Per molte nazioni è oramai un interlocutore problematico e a tratti inaffidabile. Kurz e l’Austria appaiono, al tavolo negoziale, meno gravati da preconcetti e possono rappresentare il punto di riferimento ideale per protrarre la trattativa sul Patto. Infatti, se da un lato Draghi, Costa, Pedro Sanchez, Kyriakos Mitsotakis ed Emmanuel Macron chiedono una riforma celere da completare nel 2022, dall’altro i rigoristi mirano invece a prendere tempo. L’Eurogruppo sarà solo, nota l’Huffington Post, “il fischio di inizio di un dibattito che continuerà per tutto l’anno prossimo. Il nord frugale tira la corda dalla sua parte, puntando a non cambiare le regole su deficit e debito per il 2023, quando sarà disattivata la clausola che le ha sospese per pandemia”.

Iin quest’ottica appare sempre più cruciale l’esito del voto tedesco per capire se il processo di riforma del Patto avrà una spinta nel governo che uscirà dalle elezioni o se, specie se i liberali Fdp andranno al potere a fianco dei partiti maggiori, Berlino tornerà capofila del rigore. Entrambi i fronti vogliono mostrarsi compatti in attesa che dalla Germania la situazione si chiarisca definitivamente: ma la mossa austriaca, in questo momento, può spaccare una volta di più l’Europa. Facendo tornare al centro del dibattito temi come la difesa del rigore che la realtà dei fatti ha da tempo mostrato fallaci.