L’Unione Europea sta valutando il sequestro degli asset sovrani russi, congelati dopo l’invasione dell’Ucraina, per finanziare il sostegno militare a Kiev. La proposta emersa al recente summit di Copenaghen ha però avuto la natura della montagna che partorisce il topolino. E ora l’Ue pondera costi e benefici della difficile situazione in cui si ritrova. Tanto che, nota Politico.eu, i tre Paesi comunitari del G7, Italia, Germania e Francia, stanno cercando di assicurarsi che mosse simili siano presi dagli altri grandi dell’Occidente qualora Bruxelles decidesse di procedere.
Pressing su Usa e Giappone per non andare da soli
Il nodo non è secondario. Qualora la proposta si formalizzasse, l’Ue incamererebbe in un fondo apposito gli asset congelati e di cui finora si è limitata a gestire i proventi finanziari per spendere a favore delle casse pubbliche e dell’armamento dell’Ucraina. Si tratterebbe di un vero e proprio esproprio, un passo che da un lato darebbe linfa economica ai piani per appoggiare l’Ucraina e dall’altro creerebbe un precedente non secondario in termini di diritti economico-commerciali. L’Ue si sta dunque mobilitando per non agire da sola, sperando in particolare di essere seguita da Stati Uniti e Giappone.
“La Banca centrale europea teme che l’utilizzo di asset russi possa minare la credibilità globale dell’euro, ma tale preoccupazione potrebbe essere dissipata se pesi massimi come Washington e Tokyo adottassero misure simili”, nota Politico.eu, aggiungendo che se da un lato il presidente Usa Donald Trump “sta facendo pressione sull’Ue affinché utilizzi le sue riserve della banca centrale russa, ma non ha ancora detto se farà lo stesso con i circa 7 miliardi di dollari che detiene a livello nazionale”, dall’altro “anche il Giappone è cauto nell’emettere un prestito di riparazione all’Ucraina utilizzando i propri beni russi congelati”.
Le mosse dell’Ue sugli asset russi
Gli Usa potrebbero arrivare al massimo ai fondi detenuti da uno dei più importanti soggetti pubblici russi, non di quelli riconducibili allo Stato in altra maniera. L’Europa sta pensando a un piano più ampio, coinvolgente una mole di risorse decisamente notevole e che per la mole di denaro che può interessare può apparire il presupposto di un passaggio successivo agli asset privati. La natura di questa strategia è un cortocircuito operativo: l’Europa si è impegnata a supplire al ritiro americano dal sostegno a Kiev e a pagare per stabilizzare le finanze ucraine e mantenere gli arsenali delle truppe di Volodymyr Zelensky.
La ratio del sequestro appare giustificata dalla possibilità di applicare una vera e propria partita di giro: fornire a Kiev un prestito a tassi pressoché nulli con cui finanziare le richieste di fondi secondo le effettive disponibilità dell’Ucraina e garantire con un cuscinetto di risorse terze i prossimi pacchetti di armi e assistenza economica. Il tutto mandando un messaggio politico potente, sul fatto che la Russia pagherebbe con le sue risorse l’appoggio all’Ucraina per fermare l’invasione di Mosca. Ma il diavolo è nei dettagli.
I fattori di rischio
In primo luogo, si manderebbe un durissimo messaggio sul fronte delle norme contrattuali aprendo alla prospettiva di una crescita della sfiducia del mercato internazionale verso l’Europa. Pensiamo a come cinesi, indiani, turchi, arabi e altri vedrebbero una mossa del genere, presupposto del fatto che in caso di crisi diplomatica i loro asset potrebbero finire pignorati unilateralmente. Sarebbe un precedente, dunque, passabile di critiche.
In secondo luogo, Mosca ha lo spazio per reagire. Come abbiamo sottolineato, 238 dei 285 miliardi di dollari di asset presenti nel mercato e riconducibili a quello che Vladimir Putin chiama “Occidente collettivo” sono dell’Unione Europea. E anche a depurare questa cifra della quota di Cipro, “cavallo di Troia” degli operatori di Mosca, si ottiene comunque un volume considerevole di denaro, quote aziendali e risparmi che può essere bersaglio di rappresaglie. L’Unione Europea è pronta a affrontare una guerra economica totale? Visti i tempi, abbiamo dei dubbi. E questo invita a una strutturale prudenza.
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