Le banche europee si vanno consolidando e stanno applicando sul terreno la linea dettata come ottimale per l’Unione da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività del 2024: meno istituti, perlomeno in termini di controllo delle quote, meno dispersi e più concentrati per ridurre la dispersione del risparmio e aumentare la competitività delle banche, approssimando ove possibile il modello statunitense, che vede sei grandi istituti (JPMorgan, Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo e Morgan Stanley) egemonizzare il mercato.

Dal rapporto Draghi al mercato

Draghi ritiene il consolidamento transfrontaliero come una premessa fondamentale per una strategia d’espansione degli investimenti e delle prospettive operative della finanza europea, capace di creare sul terreno l’unione dei mercati dei capitali indicata tra gli obiettivi per una vera autonomia strategica europea e volano per il piano di investimenti da 750-800 miliardi di euro ritenuto necessario per colmare il gap di spesa pubblica e privata con Usa e Cina. Ma la notizia è che sostanzialmente le banche europee stanno anticipando ogni progettualità in tal senso e dai tempi della Grande Recessione del 2008 non si vedevano sia un numero così alto di investimenti trasversali tra banche sia una corsa tale al consolidamento internazionale.

Unicredit al centro del risiko delle banche europee

Ricorda il Financial Times che il 2025 è stato un anno d’oro su quest’ultimo fronte: “diverse fusioni bancarie multimiliardarie hanno contribuito a far salire il valore totale delle operazioni bancarie transfrontaliere europee a 17 miliardi di euro lo scorso anno, rispetto ai 3,4 miliardi di euro dell’anno precedente”. Un valore quintuplicato che mostra il dinamismo del mercato: le banche, trascinate da utili record negli anni precedenti per effetto dei tassi d’interesse elevati e della tenuta dei fondamentali, hanno operato un sostanziale consolidamento.

La protagonista principale è, come noto, una banca italiana, Unicredit, giunta a un passo dal 30% di Commerzbank in Germania, nel quadro di un deal che per ora ha portato una netta plusvalenza potenziale al gruppo di Piazza Gae Aulenti ma che il Ceo Andrea Orcel intende valutare tutte le opzioni possibili, non escludendo l’ipotesi della fusione nel lungo periodo.


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Nota S&P Global che “dal 2023 a oggi, l’aumento della redditività, l’aumento dei tassi di interesse e la ripresa delle valutazioni hanno inaugurato una nuova fase di accordi guidati dall’economia“, tanto che le fusioni e acquisizioni (M&A) europee nel settore bancario sono salite dalle 183 del 2024 alle 219 del 2025, e che per le banche coinvolte in un M&A internazionale “la diversificazione transfrontaliera potrebbe attenuare la volatilità degli utili e ridurre la dipendenza dal mercato interno, il che in genere favorisce la stabilità del credito”.

Consolidamento e dinamiche politiche

Unicredit-Commerzbank è l’esempio del fatto che è la politica, e la tradizione a guardare all’etichetta nazionale come dominante nel giudizio su una banca in un dato mercato, a fare la differenza nel giudizio interno di un deal che porta un istituto a un’acqusizione straniera. La taglia di Commerzbank e la tradizionale avversione del capitalismo germanico alle scalate italiane pesano nel giudizio dell’operazione Unicredit, mentre nel 2025 non è stato criticato l’affare che ha portato Credit Mutuel, francese, a scalare Olb. Né altri deal, come quello tra la svizzera J. Safra Sarasin e la danese Saxo Bank o la scalata della transalpina Groupe Bpce e la portoghese Novobanco, hanno creato analogo scalpore nei Paesi target.

Ne esce un sistema in cui la guida del risparmio si concentrerà in meno mani e sarà gradualmente emergente la tendenza che vedrà pochi gruppi fare la parte del leone nella gestione dei profitti e del credito alle imprese. Per l’economia europea potrebbe essere un boost. Ma gli istituti dovranno essere attenti a preservare il loro radicamento, specie guardando al peso imperante dei fondi americani al loro interno. Del resto, la visione di Draghi e del suo rapporto si concentrano soprattutto sull’operatività. Ma il controllo delle quote delle grandi banche resta, spesso, un fattore di borsa e azionisti che giocano a più alti livelli. E assieme a un sistema più concentrato in Europa bisognerà accertarsi che le sue redini restino, comunque, europee.

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