La Cina imporrà sanzioni alla Lockheed Martin, l’azienda aeronautica americana che costruisce anche il cacciabombardiere F-35, in seguito alla decisione del Dipartimento di Stato di approvare la ricertificazione dei missili Patriot Pac-3 di Taiwan.

Il Patriot è un sistema missilistico da difesa aerea con parziali capacità antimissile costruito dalla nota società americana nella versione Pac-3 che ha visto un radicale miglioramento nei sensori radar, nell’elettronica e nello stesso vettore, il Mim-104F. Il contratto di ricertificazione stipulato con Taiwan, del valore di 620 milioni di dollari, include la sostituzione di componenti a vita limitata (Llc) prossimi alla scadenza e i test di certificazione al fine di supportare una vita operativa di trenta anni, oltre a riparazioni varie dei missili, di parti di equipaggiamento del supporto di terra (Gse) e la fornitura di pezzi di ricambio.

Come riporta il Global Times, le sanzioni includeranno probabilmente l’interruzione della fornitura di materie prime, comprese le terre rare, che sono cruciali per la produzione avanzata di armi, e restrizioni commerciali ai fornitori di Lockheed Martin che fanno affari in Cina.

Una mossa, come riferito dal ministero della Difesa di Pechino, volta salvaguardare la sovranità e l’integrità della Cina, nonché la pace e la stabilità lungo lo stretto di Taiwan.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha dichiarato martedì durante una regolare conferenza stampa che la Cina ha deciso di adottare le misure necessarie per imporre sanzioni alla società americana, sebbene non abbia approfondito i dettagli delle sanzioni. Tuttavia, è possibile che Pechino decida di limitare la catena di approvvigionamento di Lockheed Martin, in quanto la società importa dalla Cina materie prime tra cui proprio le Terre Rare attraverso i suoi fornitori locali. Anche altri produttori di componenti e sistemi che hanno sede in Cina potrebbero essere esclusi dal fare affari con Lockheed Martin come parte delle sanzioni.

Le terre rare (in inglese Ree – Rare Earth Elements) sono elementi chimici, come il lantanio, cerio e neodimio diventati fondamentali per l’industria tecnologica ed elettronica moderna. Sono presenti in innumerevoli prodotti sia della nostra quotidianità – come schermi Tv o hard drive di Pc – sia nel campo militare o altamente specializzato – come magneti, superconduttori, turbine, laser, sistemi di guida di missili e satelliti.

La Cina spadroneggia sul mercato di questi preziosi elementi in quanto è l’unico Paese al mondo capace di controllarne tutta la filiera produttiva: ha infatti tra i più grandi giacimenti e fornisce il 97% del totale mondiale di questa risorsa, facendone praticamente un monopolio.

Gli Stati Uniti, che sono anch’essi un Paese produttore di Terre Rare, sono però ben lontani dalla capacità cinese, tanto che devono importarne circa l’80%.

Quantità interessanti dal punto di vista dello sfruttamento minerario si trovano anche in Afghanistan, nel continente africano, in Vietnam e in Australia ma la Cina è stata capace in questi anni di intessere una rete in grado di controllarne la maggior parte della produzione.

Lo scorso aprile, la Cina ha esportato 4329 tonnellate di Terre Rare, come mostrano i dati dell’Amministrazione generale delle dogane, con una diminuzione generale del volume pari a 330 tonnellate, ma con un aumento del 13% del valore complessivo. Le Terre Rare, infatti, non hanno tutte la stessa quotazione sul mercato, che dipende dalla frequenza e dai processi di estrazione e lavorazione: il lantanio, ad esempio, vale 1,69 dollari al chilogrammo, mentre il lutezio, il più caro, 571,1. Neodimio e praseodimio, due minerali fondamentali per l’industria ad alta tecnologia la cui produzione è in mano per l’80% alla Cina, valgono rispettivamente 41,7 e 48,4 dollari al chilogrammo.

Si sta materializzando quindi l’eventualità che avevamo già previsto più di un anno fa, sebbene per motivazioni diverse, quando il presidente Xi Jinping fece una visita “a sorpresa”, durante un viaggio nella provincia di Jiangxi, nello stabilimento della Jl Mag Rare Earth Co. Ltd, azienda leader nel settore dell’estrazione e produzione di Terre Rare.

In quella occasione profetizzammo che Pechino avrebbe usato le Terre Rare come elemento di pressione per la politica di ostracismo verso Huawei da parte di Washington: sbagliammo la motivazione ma non le modalità. Del resto le Terre Rare, stante la situazione del mercato che abbiamo visto, sono un perfetto strumento di ritorsione nei confronti degli Stati Uniti potenzialmente in grado di mettere in seria difficoltà l’industria americana ad alta tecnologia, che rappresenta ancora oggi una delle eccellenze a livello mondiale.

A chi potrebbero affidarsi gli Stati Uniti per sopperire ad un eventuale blocco cinese delle esportazioni di questi minerali fondamentali? Le opzioni sul tavolo non sono molte. Il Vietnam potrebbe essere una soluzione, visti i legami sempre più stretti con Washington proprio per via dell’ulteriore deterioramento dei rapporti tra Hanoi e Pechino causati dalla diatriba sulla sovranità nel Mar Cinese Meridionale, ma il mercato più interessante dal punto di vista politico è rappresentato dall’Australia, che dispone di riserve stimate di Terre Rare pari a 3,19 milioni di tonnellate complessive, che rappresentano il 3% di quelle globali.

L’attività estrattiva di queste risorse in Australia è relativamente giovane e gli Stati Uniti potrebbero pertanto ripiegare su Canberra per svilupparne ulteriormente la produzione, ma se paragoniamo le quantità di minerali prodotte dalla Cina, il confronto diventa impietoso e conseguentemente è ragionevole pensare che non siano sufficienti per il fabbisogno statunitense.