Paolo Savona è uomo abituato a parlare poco, ma in maniera significativa e diretta. L’esperto accademico sardo, attualmente presidente della Consob, è infatti uomo di studio e azione che concede poche, significative interviste intese a presentare la sua visione su questioni di ampia portata e prospettiva. Così è stato in un recente dialogo con l’Agi, da poco diretta da Mario Sechi, in cui Savona ha esposto la sua visione sull’attuale congiuntura economica internazionale, caratterizzata dall’inasprimento di un conflitto tariffario e valutario di portata planetaria che mette a rischio la stabilità della governance planetaria e le prospettive di crescita di lungo periodo.

Il vento della recessione globale soffia minaccioso ed è certificato dai dati preoccupanti sulla produzione industriale in Germania e Francia. In Italia la crisi di governo rischia di mettere a repentaglio la sterilizzazione delle clausole Iva da 23 miliardi che andrebbero a colpire duramente le prospettive di consumatori e imprese.

I timori di Savona

Parlando con l’agenzia di stampa di proprietà dell’Eni Savona ha sottolineato che la reazione dei mercati al clima preoccupante che si va generando per ora non è stata “drammatica”: ci sono stati “piccoli aggiustamenti”. Per ora comunque le Borse “restano ovviamente nervose perché non si riesce a capire bene dove porti questa situazione”. Ma una cosa è certa, dice il presidente Consob, “la politica del ritorno alle tariffe, cosa che sta facendo Trump e anche il resto del mondo per certi versi, è un’iniziativa che cambia le relazioni economiche internazionali che erano orientate alla globalizzazione” ed ora sono in una “posizione di deglobalizzazione”.

In questo senso viene richiamato l’avvertimento che Savona ha lanciato nel giugno scorso in occasione del suo primo discorso ai mercati nel ruolo di presidente dell’autorità incaricata di sorvegliare le società operanti in Borsa: tutte le guerre commerciali rischiano di deragliare in guerra valutaria. L’assalto di Trump al commercio cinese non è solo una strategia voluta per rafforzare le potenzialità della produzione interna statunitense o controllare le nuove tecnologie strategiche come il 5G, ma anche una mossa per ribadire il ruolo del dollaro come moneta di riserva degli scambi internazionali, che la Cina mina ad erodere giocando di sponda con una serie di attori che va dalla Russia al Venezuela, passando per l’Arabia Saudita e i Paesi africani, puntando a rafforzare la forza dello yuan come moneta di riferimento per le transazioni nel comparto delle materie prime, dal petrolio all’oro. Rafforzando, dunque, quella “forza geopolitica” della sua valuta che il dollaro mantiene in virtù del predominio marittimo, commerciale e di intelligence di Washington e di cui una valuta come l’euro manca completamente.

I rischi del braccio di ferro su commercio e moneta

Tutti i Paesi del pianeta ad economia avanzata sono coinvolti in un effetto domino di conflittualità perché, come avverte Savona, “tutti restano più o meno coinvolti in questa situazione. Il problema è il rapporto dollaro e yuan ma si riflette anche nei rapporti tra euro e dollaro. Entra in squilibrio tutto il sistema dei traffici, per quanto riguarda esportazioni e importazioni e valutario per quanto riguarda i rapporti di cambio”. Il rifiuto di garantire regole certe all’economia planetaria dopo la fine del sistema di Bretton Woods nel 1971, principalmente in materia di cambi valutari e commercio, fa sentire oggi i suoi effetti in una gara di tutti contro tutti. Dove la globalizzazione lascia progressivamente il campo al nazionalismo economico o, meglio, al ritorno in campo della postura attiva degli Stati dopo decenni in cui si era pensato che l’espansione del mercato globale, indipendentemente dalle conseguenze su società, disuguaglianze e opportunità lavorative per i territori lasciati indietro, sarebbe stato un fattore di per sé meritevole di elogi.

Per Savona, in conclusione, una soluzione omnicomprensiva non può che passare per un dialogo multilaterale che tuttavia, data la debolezza e la divisione dell’Europa, potrebbe finire per privare Stati Uniti e Cina, i massimi contendenti, del necessario contraltare terzo per intavolare discussioni serie. Facendo capire, una volta di più, chi è decisivo e chi subalterno su scala planetaria. Quel che traspare dalle parole di Savona, in ogni caso, è la natura “strumentale” del braccio di ferro valutario e commerciale: esso non rappresenta “la crisi” in sé, ma un potenziale fattore di debolezza pronto a minare la stabilità dell’economia mondiale. Dall’intervista all’Agi, infatti, si nota come la preoccupazione di Savona sia diretta soprattutto alla costruzione di un sistema di regole che disinneschi questi fattori di rischio. Una crisi economica, qualora si verificasse, impatterebbe in maniera classica sugli indici borsistici e le economie reali: la caduta degli stock nella seconda metà del 2018, che ha richiamato all’azione le banche centrali, ce lo ha dimostrato.

Ricostruire la fiducia tra le nazioni

Il calo della produzione industriale europea, l’aumento del debito privato e corporate statunitense, il rallentamento della crescita cinese, la crisi di colossi finanziari come Deutsche Bank, la crisi valutaria dei Paesi emergenti (Turchia, Argentina, Iran) sono altrettanti focolai di tensione su cui la guerra dei dazi e il conflitto valutario impattano trasversalmente: per questo essi rappresentano il primo terreno d’azione su cui le nazioni devono dialogare e confrontarsi. Qualora una crisi si manifestasse, potrebbe anche essere dovuta a un focolaio remoto, come fu nel 2007-2008 il default dei mutui statunitensi: è la presenza di una foresta di alberi secchi o in deperimento a conferire abbastanza materiale d’innesco perchè una scintilla causi un incendio, e anche in economia vale il principio secondo cui prevenire è meglio che curare. “Il discorso”, secondo Savona, “non si può risolvere a colpi di tariffe o a colpi di svalutazioni e movimenti valutari ma bisogna sedersi intorno a un tavolo e decidere cosa fare quello che non è stato fatto nel 1971”. Conferendo alla governance mondiale gli strumenti per poter rispondere a ogni segnale di crisi prima che la sfiducia, il lassismo o l’incuria, fatali nel 2008, contribuiscano a una pandemia economica mondiale.