Berlino – In un’Europa che si interroga sempre più sul futuro del lavoro, la Germania si prepara a una svolta: entro il 2027, il salario minimo salirà a 14,50 euro l’ora, rispetto agli attuali 12. Una mossa che potrebbe portare il guadagno mensile di un lavoratore full-time vicino ai 2.500 euro, avvicinando la Germania al Lussemburgo, attualmente in cima alla classifica europea dei salari minimi. Belgio, Paesi Bassi e Irlanda restano gli altri Paesi con soglie superiori ai 2.000 euro mensili.
Tuttavia, la misura alimenta un acceso dibattito. Se da un lato garantire un salario dignitoso è visto come uno strumento essenziale per combattere la povertà, dall’altro emergono timori sull’impatto che potrebbe avere sul mercato del lavoro. In un contesto segnato da una disoccupazione crescente (oltre 3 milioni di tedeschi senza lavoro e un aumento del 30% dal 2022, soprattutto tra i lavoratori meno qualificati) il governo si trova davanti a un delicato esercizio di equilibrio tra giustizia sociale e sostenibilità occupazionale.
Ma c’è chi propone una via alternativa: invece di puntare tutto sull’aumento dei salari, perché non garantire a tutti un sostegno economico di base? Tra il 2021 e il 2024, il DIW Berlin (Istituto Tedesco per la Ricerca Economica), l’IAB (Istituto per la Ricerca Occupazionale) e l’Università di Economia e Business di Vienna, con il sostegno della no-profit Mein Grundeinkommen, hanno sperimentato proprio questa ipotesi. Si tratta di uno dei progetti più ambiziosi d’Europa sul reddito di base universale.
Su oltre due milioni di candidati, sono stati selezionati 1.702 partecipanti. Tra questi, 122 persone hanno ricevuto 1.200 euro netti al mese per tre anni, senza vincoli su come spenderli e senza dover rinunciare al proprio lavoro.
I risultati? Decisamente positivi. La maggior parte dei partecipanti non ha smesso di lavorare. Il timore che il reddito di base potesse favorire l’ozio non è stato confermato: al contrario, molti si sono dimostrati più attivi e sicuri nelle proprie scelte. Alcuni hanno cambiato impiego scegliendone uno più significativo, altri hanno ridotto l’orario per occuparsi della propria salute o dei familiari, o hanno colto l’opportunità per intraprendere percorsi di formazione o istruzione. Grazie alla maggiore sicurezza finanziaria, molti si sono sentiti più motivati a lavorare per passione, crescita personale o contributo sociale, piuttosto che solo per bisogno economico. Inoltre, il reddito di base ha rafforzato il potere contrattuale dei lavoratori, offrendo loro la possibilità di rifiutare condizioni occupazionali inadeguate, migliorando così la qualità del lavoro.
Il dibattito, dunque, è più attuale che mai: è più efficace aumentare i salari o garantire a tutti una base economica, indipendentemente dall’occupazione? Ma una domanda cruciale resta sul tavolo: come finanziare un reddito di base universale? Servirebbero tasse più alte? O criteri selettivi per individuare i beneficiari? E soprattutto: quale dovrebbe essere l’importo minimo per coprire davvero i bisogni essenziali senza scoraggiare la partecipazione al lavoro?
Tra esperimenti concreti e riforme in cantiere, l’Europa potrebbe presto trovarsi davanti a una scelta storica: continuare sul sentiero dei salari minimi o abbracciare modelli di Welfare radicalmente nuovi, in risposta a un mondo del lavoro che cambia ogni giorno di più.