È russa e si chiama Akademik Lomonosov la prima centrale nucleare galleggiante nata per essere commercializzata del mondo, ed ora ha intrapreso il suo viaggio verso la sua destinazione finale: la città della Siberia orientale di Pevek, nella regione di Chukotka.

La centrale, costruita dalla Rosatom, l’agenzia per l’energia nucleare di Mosca, ha due reattori da 35 Mw ciascuno in grado di fornire energia ad una città di 100mila abitanti per i prossimi 35/40 anni. La Akademik Lomonosov, una sorta di “megachiatta” lunga 144 metri e larga 30 dal peso di 21500 tonnellate, sfrutta la tecnologia nucleare navale russa e rappresenta il primo tentativo di commercializzazione di un tale tipo di centrale.

L’idea infatti non è nuova: gli Stati Uniti hanno fornito energia alle chiuse del canale di Panama tramite un reattore montato su una nave per decenni e attualmente ci sono 140 centrali nucleari galleggianti nel mondo, ma mai nessuno aveva pensato di poter produrre in serie una centrale nucleare galleggiante, e, quanto sembra, ci sono già Paesi – come il Sudan – interessati all’acquisto.

La costruzione è iniziata nel 2007 ed è terminata, straordinariamente viste le difficoltà economiche date dalle sanzioni, nei tempi previsti con un costo complessivo di 458 milioni di dollari (30 miliardi di rubli). La centrale utilizza due reattori tipo KLT-40C ed è pensata per operare nelle regioni artiche, quindi fornita di tutte le dotazioni per resistere al clima rigido di quelle latitudini. Come riporta la stessa Rosatom è anche in grado di essere usata come impianto di desalinizzazione: la sua capacità giornaliera di potabilizzazione dell’acqua marina si aggira intorno alle 240mila tonnellate.

Rosatom fa sapere anche che ha iniziato la costruzione di una seconda centrale di questo tipo, leggermente più piccola ma più potente, che potrà essere più facilmente esportabile.

Una corsa all’Artico

La Akademik Lomonosov ha cominciato il suo viaggio di quasi 5mila chilometri verso la sua destinazione finale da Murmansk, sede della Flotta del Nord e fulcro della difesa di quella che è diventata la frontiera nord della Russia.

Il cambiamento climatico ha aperto l’Artico a nuove prospettive nel campo della ricerca mineraria, delle linee commerciali e quindi anche in quello delle operazioni militari e Mosca si è mossa immediatamente per allungare il proprio raggio d’azione nell’area e stabilire il controllo su quella che si chiama Northern Sea Route, la rotta del nord che collega l’Oceano Atlantico al Pacifico dal Mar di Barents sino allo Stretto di Bering.

Infrastrutture stanno spuntando lungo tutta la Siberia e le isole russe nel Mar Glaciale Artico: dalla Terra del Principe Giorgio e la Novaya Zemlja sino appunto alle propaggini più orientali della Siberia dove ha sede la città portuale di Pevek.

Di pari passo con la rinascita e la costruzione ex novo di porti e aeroporti c’è il ritorno in grande stile nell’Artico delle Forze Armate russe che hanno costruito presidi e riaperto vecchie basi dismesse dai tempi del crollo dell’Unione Sovietica.

È stato creato infatti un comando interforze per l’Artico che dispone di due brigate motorizzate (la 200esima e la 80esima dislocate a Pechenga e Alakurtti) adibite al supporto delle attività di ricerca che i russi stanno effettuando nell’area. A queste due brigate di fanteria si aggiungono varie unità aeree e sistemi di difesa antiaerei basati a terra che, unitamente alle unità navali della Flotta del Nord, attivano una bolla A2/AD quasi pari a quelle viste in Siria, Crimea o Kaliningrad.

Oltre a questo, ovviamente, c’è stata una implementazione dei sistemi di sorveglianza, monitoraggio, tracciamento dei bersagli a medio, lungo e lunghissimo raggio. Tutte queste unità sono poste sotto il nuovo comando interforze creato a Severomorsk che ha assorbito interamente le funzioni di comando della Flotta del Nord e della Prima Divisione Difesa Aerea.

Il lavoro di ripristino di vecchie infrastrutture e di costruzione di nuove è stato enorme: negli ultimi 6 anni sono state riattivate 13 piste e sono state costruite nuove installazioni per permettere la presenza costante, a rotazione, delle truppe della Task Force Artica divisa tra il Mar di Barents, quello di Kara e di Laptev, oltre a tutta una serie di installazioni minori che corrono da Murmansk sino alle Curili.

I centri nevralgici di questo sistema difensivo che corre lungo i 24mila chilometri di coste dell’Artico russo sono siti nelle isole della Novaya Zemlja, Kotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio.

Il bastione per la flotta del Cremlino

Nella strategia navale di Mosca il concetto cardine è quello, sin dai tempi dell’Unione Sovietica, del “bastione”, ovvero di una vasta porzione di mare a ridosso delle proprie coste da difendere in modo che i propri sottomarini lanciamissili balistici possano operare indisturbati in caso di crisi.

Sottomarini lanciamissili come il projekt 941 Akula (Typhoon in codice Nato), con la sua mole e la sua bassa velocità massima erano nati appunto per operare da questi tratti di mare protetti. La leadership russa ha sempre dato la massima priorità, nell’ottica di questa dottrina, alla difesa della Penisola di Kola e delle sue acque circostanti, considerate di importanza strategica per la sicurezza nazionale della Russia.

Murmansk, Severomorsk, sono sempre stati i centri nevralgici della difesa nel Nord anche in considerazione della strategia della Nato, che era volta a imbottigliare la flotta sovietica nei mari di Norvegia e Groenlandia sorvegliando quel choke point, quella strozzatura, denominata Giuk Gap (da Greenland, Iceland e United Kingdom) in modo da poter mantenere libere le linee di navigazione atlantiche tra Europa e continente americano, vitali per i rifornimenti in caso di conflitto.

Con un Mar Glaciale Artico libero per molto più tempo l’anno dai ghiacci della banchisa, era naturale che Mosca modificasse la sua dottrina strategica allargando il suo “bastione” al Mar di Kara, di Laptev e a tutte le acque a nord della Siberia ora più facilmente navigabili.

Avere dei presidi – militari e non – permanenti nel Grande Nord significa però doverli rifornire di energia sia per la sopravvivenza sia per le nuove possibilità di sfruttamento minerario e per la costruzione di nuove infrastrutture in grado di fornire assistenza alla navigazione (arsenali, cantieri ecc), ed ecco perché è nata una centrale nucleare galleggiante come la Akademik Lomonosov che è in grado di essere spostata agevolmente là dove è più richiesto l’approvvigionamento energetico.

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