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Russia, da gas e petrolio entrate in calo: aumenta l’Iva, ora per la guerra pagano davvero i cittadini

Le entrate della Russia derivanti dalla vendita di gas naturale e petrolio potrebbero contrarsi del 35% a novembre.

Le entrate della Russia derivanti dalla vendita di gas naturale e petrolio potrebbero contrarsi del 35% a novembre su base annua, mettendo potenzialmente in difficoltà il Paese guidato da Vladimir Putin nei suoi obiettivi di bilancio.

Il calo del gas e del petrolio

Per la precisione, secondo i dati del Ministero delle Finanze di Mosca rielaborati da Reuters, dovrebbero attestarsi a 5,7 miliardi di dollari (520 miliardi di rubli) in un contesto di prezzi del gas e del petrolio in calo e di rafforzamento del rublo che crea un doppio movimento, rendendo da un lato meno appetibili per il bilancio gli asset energetici e dall’altro meno concorrente l’acquisto nel mercato russo per i partner stranieri.

Un dato recente è giunto dalle stime sulla produzione e l’export di petrolio che dopo le sanzioni americane a Lukoil e Rosneft lascia prevedere un calo della produzione del 5% del greggio e un calo dell’export dal 15 al 20% per Mosca nei prossimi mesi. Sta poi avvicinandosi il phase out europeo, col gas russo che scenderà dal 19 al 13% del mix energetico dell’Unione Europea dal 2024 al 2025.

L’economia di guerra di Mosca

La Russia ha dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina adottato una complessa architettura di economia di guerra fondata su tre presupposti: la riconversione industriale per aumentare la produzione di mezzi e munizioni; la difesa del cambio del rublo dalla morsa delle sanzioni e degli attacchi speculativi internazionali; l’uso del carburante dell’export energetico per alimentare tanto il finanziamento della macchina bellica quanto il potenziamento delle riserve di valuta straniera che gli operatori sono poi chiamati a convertire in rubli presso la Banca centrale per difendere il cambio.

Elvira Nabiullina, governatrice della Banca centrale stessa, ha blindato la politica di difesa del rublo con un pesante controllo sui tassi d’interesse su cui nemmeno lo stesso Putin ha potuto interferire eccessivamente.

Putin alza l’Iva, i russi pagheranno per la guerra

Questo ha consentito, per tre anni, di finanziare le manovre belliche e di contenere l’aggravio fiscale interno. Ma ora la situazione sembra mutare. Come nota Bne Intellinews, “le entrate derivanti da petrolio e gas rappresentano attualmente poco più del 25% delle entrate di bilancio e contribuiscono in modo significativo alla spesa militare, che attualmente si attesta intorno all’8% del PIL, ovvero 160 miliardi di dollari previsti per il 2025” ma dato che per il bilancio russo “la fonte di entrate più importante è l’Iva, che attualmente rappresenta poco più del 37% del totale”, sarà quest’ultima chiamata a compensare il minor gettito energetico.

In questo contesto, “nell’ambito del bilancio 2026 , dal 1° gennaio le aliquote Iva saranno aumentate di 200 punti base, portandole al 22%, per compensare il calo dei prezzi del petrolio e del gas“. E dunque per la prima volta il costo della macchina bellica si scaricherà sui consumatori e la gente comune. Il fardello bellico si incentiverà dall’1 gennaio 2026, e in quest’ottica riteniamo possano essere poco funzionali per la Russia prescrizioni come quella proposta dal piano di pace americano per l’Ucraina che mira a far sì che Mosca conceda a Washington di disporre di 100 miliardi di asset congelati all’estero per ricostruire il Paese invaso nel 2022, peraltro lasciando agli Usa la metà dei profitti.

Una pace difficile in vista

Il fatto che l’economia di guerra, che pure come riporta Semafor produce la crescita del Pil, possa essersi surriscaldata dopo anni di mobilitazione è comprensibile. Molti indicatori restano lontani da pesanti livelli di guardia e ad esempio anche il deficit in rapporto al Pil, seppur quintuplicato dal ministero delle Finanze rispetto alle stime primaverili (2,6% contro 0,5%) non è ancora esplosivo. Indubbiamente però a Mosca inizierà a porsi un tema ineludibile di sicurezza dei conti pubblici e dell’economia visto lo stravolgimento delle entrate e delle voci di spesa.

In quest’ottica, un accordo con gli Usa sull’Ucraina può contribuire a far uscire dalla fase di criticità l’economia di Mosca. Ma al contempo, in caso di armistizio si porrà il forte tema della normalizzazione post-bellica, che partirà da un contesto completamente mutato. La Russia deve giocare abilmente ogni partita: il rischio di una rottura interna è tutto fuorché sfatato sul piano economico. E se la guerra è già stata complicata, ma finora Mosca è riuscita a farvi fronte, è la pace che il sistema-Putin dovrà guardare con maggior attenzione in prospettiva.

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