I media internazionali hanno, di recente, dato ampio risalto agli arresti seguiti alle recenti, limitate proteste anti-governative in Russia, ma al contempo è sicuro che i decisori strategici di Mosca, primo fra tutti Vladimir Putin, abbiano ben altro a cui pensare.

E a preoccupare la Russia è in particolar modo lo stato dell’economia. Che non è affondata, come previsto da diversi analisti occidentali, sotto i colpi delle sanzioni euroamericane, ma prosegue in una fase di stagnazione che non dà garanzie e sicurezze ai cittadini russi. Le debolezze dell’economia russe sono note: la debolezza valutaria e la scarsa diversificazione dei settori produttivi si uniscono a una situazione commerciale che vede Mosca specializzata in pochi settori di esportazione che costituiscono altrettanti comparti d’eccellenza (materie prime energetiche, prodotti agricoli e armi) ma non rappresentano un volano per una crescita generalizzata interna. Al tempo stesso, i redditi restano al palo e i consumi dei cittadini, specie in contesto urbano, ristagnano. Nonostante una crescita media del Pil dell’1,5% tra il 2015 e il 2018, la Russia ha sperimentato nello stesso periodo una fase di difficoltà a livello reddituale, con i depositi dei cittadini calati mediamente del 10,7% e con 600.000 attività che hanno cessato di operare.

Il Moscow Times ha riportato le parole di un importante esponente del governo russo, il ministro per lo Sviluppo economico russo, Maxim Oreshkin, che teme una recessione violenta entro il 2021: il primo fattore di crisi potrebbe essere la crescente insostenibilità dello stock di debiti privati contratti dai cittadini per finanziare i loro consumi, che l’authority sul credito russa (Okb) ha stimato in crescita del 46,6% nello scorso anno, per l’equivalente di 130 miliardi di dollari, e che in una fase di apnea  potrebbero rappresentare un fardello eccessivo.

Rischio recessione per Mosca

“Per Oreshkin”, scrive Il Sussidiario, “il Pil russo è previsto in calo del 3% nel prossimo anno e mezzo, una congiuntura contro la quale il Governo starebbe già ponendo in essere meccanismi per attutire l’impatto sui cittadini, ma che, comunque, vedrà il Paese dover fare i conti con default massivi su quegli stock di indebitamento contratti attraverso prestiti fuori controllo”. Inoltre, “come se non bastasse, le sanzioni seguite all’annessione della Crimea nel 2014 hanno colpito duro sul lungo periodo: nei quattro anni che hanno portato al 2018, le fughe di capitali all’estero sono state pari a un controvalore totale di 317 miliardi, il rublo ha vissuto un deprezzamento del 45,5% sul dollaro, senza che l’export ne beneficiasse come si sperava”, e gli investimenti esteri si sono contratti di 11 volte, nonostante l’apporto crescente di capitali di una Cina che ha gradualmente trasformato la Russia in un satellite economico.

L’integrazione russa nella Belt and Road Initiative, comprensiva di messa a disposizione del terreno per la realizzazione dell’autostrada commerciale Cina-Europa, avviene nel contesto di un progressivo sbilanciamento dei rapporti tra il gigante euroasiatico e l’Impero di Mezzo, sempre più determinante per una ripresa economica russa che è l’obiettivo cruciale del governo di Vladimir Putin.

La sfida di Putin

Putin ha, sotto il profilo dell’interesse nazionale russo, avuto l’abilità di interpretare lo struggle for life di Mosca in senso attivo, conferendo a una potenza debole economicamente e in declino demografico una proiezione geopolitica e militare a tutto campo che ha aumentato il potere negoziale di Mosca in diversi tavoli internazionali, dalla Siria al Venezuela passando per la Libia e l’Iran. Al tempo stesso, dopo la Grande Recessione, Putin non ha saputo impostare strategie economiche degne di quelle dei suoi primi mandati, che hanno riportato lo Stato nei settori chiave e ridato ordine dopo il Far West degli Anni Novanta.

“Amministratore delegato” di un’architettura politico-istituzionale complessa, Putin ha dovuto porre in essere misure impopolari per bilanciarsi tra i diversi gruppi di pressione del governo (dalla lobby di Gazprom ai militari) desiderosi di preservare le loro zolle d’influenza: la criticata riforma delle pensioni del 2018, ad esempio, ha mostrato l’esistenza di una reale opposizione al governo nel contesto russo, incarnata dal Partito Comunista che è stato in grado di strappare a Russia Unita il governo di alcune province siberiane.

La sfida chiave è il rilancio dell’economia. Ma Mosca appare indecisa sul da farsi. Il governo ha spazio di manovra in campo geoeconomico: e la Russia sembra aver individuato nella partecipazione alla corsa globale all’oro la via vincente per preservare perlomeno la stabilità della sua moneta.

La corsa all’oro della Russia

Dall’inizio delle sanzioni occidentali nel 2014 la Russia ha raddoppiato dal 10 al 20% del valore delle sue riserve in valuta estera le sue scorte d’oro. La manovra va di pari passo con la scommessa di Putin sulla mossa della Cina, a sua volta acquirente massiccia del nobile metallo, di puntare su un sistema valutario globale che si basi sempre più sull’oro e sempre meno sul ruolo centrale del dollaro e dei titoli Treasury statunitensi.

Come prosegue Il Sussidiario “per quanto Cina e Russia abbiano cominciato il loro shopping aureo di massa per alleggerire politicamente il loro cordone ombelicale con il debito Usa e per creare i prodromi di un sistema monetario non più dipendente dal dollaro come valuta benchmark degli scambi globali, nel caso di Mosca quel carico di lingotti potrebbe garantire contante alle casse statali che risulterebbe ossigeno puro per Vladimir Putin”. Tutto al fine di garantire maggiori finanziamenti nel welfare o per le forze armate, ma anche una maggiore stabilità al rublo per preservare il potere d’acquisto dei cittadini. Politiche più che mai necessarie per la tenuta di uno Stato che deve tornare a valorizzare il fronte interno e curarne crescita e sviluppo. Per evitare che dalla disuguaglianza tra le diverse aree della Russia tornino ad emergere, come negli Anni Novanta, focolai di tensione interni o problematiche sociali di vasta portata connesse alla povertà e all’esclusione sociale.

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