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Russia 2022-2026 – L’economia di guerra alla prova della verità

Il 2026 sarà l'anno della verità per l'economia di guerra della Russia, dopo quattro anni di sforzi per sostenere il conflitto in Ucraina.
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Il 2026 sarà l’anno della verità per l’economia di guerra della Russia chiamata, dopo quattro anni di sforzi e mobilitazione per sostenere il conflitto in Ucraina, a conciliare dinamiche contrastanti: la gestione della produzione militare per alimentare l’esercito al fronte, il coordinamento di un sistema commerciale trasformato dalle sanzioni occidentali e dalle mutate rotte dell’energia, la necessità di affrontare le ricadute inflazionistiche interne, lo spostamento sulla popolazione civile di parte dello sforzo bellico. Dilemmi tradizionali per sistemi chiamati a convertire il proprio obiettivo e che permettono di sottolineare come per Mosca, così come per Kiev, sia la tenuta del fronte interno la vera sfida da vincere.

Se per l’Ucraina questo significa sostenere approvvigionamenti energetici e volontà di resistenza sotto i bombardamenti russi, per Mosca l’obiettivo di tenuta del fronte interno riguarda principalmente la sostenibilità economica. I recenti dati sulla crescita del Pil parlano chiaro: nel 2025 la produzione russa è salita solamente dell’1%.

La spinta dell’economia di guerra si esaurisce

Si sta esaurendo la spinta propulsiva della riconversione industriale, come denota una crescita trimestrale mediamente superiore al 5% da metà 2023 a metà 2024, attestatasi al 3,3% nei due trimestri finali del 2024 e scesa gradualmente nel 2025 dall’1,4% del primo trimestre allo 0,6% degli ultimi due. La ripresa moderata dei consumi (+3% nel 2025) salva il Paese dalla recessione, e nel 2026 un aumento del Pil inferiore al punto percentuale è da mettere in conto. Mosca, peraltro, sta tenendo botta nei rifornimenti del fronte contro un’Ucraina sostenuta dall’industria militare occidentale, ma l’impatto propulsivo per la crescita del riarmo sta arrivando a esaurimento. E l’erario, nel frattempo, deve guardarsi da altre dinamiche.

Per Mosca un colpo duro all’economia è giunto infatti dal crollo della rendita energetica, scesa del 24% nel 2025, a 8.480 miliardi di rubli (93 miliardi di euro), il minimo dalla pandemia di Covid-19. Mosca prevede possano salire a 99 miliardi di euro nel 2026, anche se a gennaio il calo del 3% del fatturato mensile delle vendite energetiche complessive, da cui la Russia ottiene la rendita più solida, non lascia presagire nulla di buono per l’erario di Vladimir Putin. La Russia è meno integrata nell’economia globale, come riporta l’Istituto della Banca di Finlandia per le Economie Emergenti (Bofit):

Il valore delle esportazioni di beni e servizi si è contratto del 14% lo scorso anno e… il valore delle importazioni di beni e servizi è diminuito del 9%. Gran parte del calo del valore delle esportazioni riflette la riduzione dei prezzi del petrolio. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) stima che il prezzo medio all’esportazione del greggio russo lo scorso anno sia stato di circa 56 dollari al barile, con un calo del 18% rispetto al 2024. L’AIE ha anche affermato che il volume delle esportazioni di petrolio è diminuito di circa il 2%. 

Russia, il costo della guerra per la popolazione

Nel 2026, Putin ha iniziato di conseguenza a spostare sui cittadini russi parte del costo del fardello bellico, per ovviare al calo di una voce che da sola copre un quarto del bilancio federale di Mosca. L’Iva è stata alzata dal 20 al 22%: nel 2025 pesava per il 37% del bilancio, quasi il 50% in più di gas e petrolio, e l’obiettivo è portarla entro il 2028 tra il 38 e il 40% del totale delle fonti di finanziamento e il 58% del totale delle entrate non energetiche.

Per fare un paragone, l’Italia copre con l’Iva 161 miliardi di euro su 915 complessivi di bilancio dello Stato, circa il 17,5%. Mosca sta facendo cassa pesantemente sui cittadini e lo farà ancora di più per effetto della guerra, peraltro tramite un’imposta estremamente regressiva come l’Iva. L’aumento dell’Iva segue di un anno l’incremento dell’imposta sugli utili societari dal 20 al 25%.

I tassi restano alti

Nel frattempo, la governatrice della banca centrale Elvira Nabiullina mantiene alti i tassi d’interesse, ora al 15,5% dopo aver toccato il 21% dall’ottobre 2024 al giugno 2025. Il valore rimane doppio rispetto a due anni fa e mostra la volontà di difendere il cambio e, soprattutto, contrastare un’inflazione che rimane mordente. L’aumento dell’Iva mira a raffreddare anche l’aumento del costo della vita, che in effetti è sceso dall’8% di novembre al 6% di gennaio, anche se l’inflazione reale dei redditi è più alta, pur essendo calata da dicembre a gennaio dal 13,7% al 13%.

Insomma, una situazione da guardare con attenzione. Mosca ha tenuto di fronte alla sfida delle sanzioni ed ha saputo riconvertire la sua economia per alimentare una spesa militare giunta nel 2025 a 175 miliardi di dollari, record post-Guerra Fredda, ma ora i nodi vengono al pettine e il combinato disposto tra inflazione, ridotte rendite energetiche e oneri crescenti per la popolazione pongono la Russia in maggiore difficoltà.

Le spine sul futuro della Russia

Putin ha bisogno di una fine della guerra in tempi ragionevoli per evitare di aggravare problematiche che potrebbero, in prospettiva, ulteriormente acuirsi. Un crollo sembra ancora remoto e, nota Gis Report, “nonostante queste sfide, la Russia mantiene un certo grado di resilienza, dovuto in gran parte alla sua dotazione di risorse naturali e alla sua capacità di sostenere i flussi commerciali con partner non occidentali”. Il Paese, nota il think tank basato in Liechtenstein, è a un bivio:

[La Russia] Sembra sempre più entrare in una fase di “stagnazione controllata”, in cui l’economia non crolla né si riprende in modo robusto, ma si stabilizza su una base di riferimento inferiore. In questo contesto, è probabile che la crescita nei prossimi anni si oscilli tra l’1 e il 2% annuo in condizioni normali, sebbene possa aumentare durante i periodi di prezzi elevati delle materie prime o diminuire durante i periodi di debolezza economica globale.

Una dinamica da primi Anni Duemila e da Stato estrattivista che appare più fragile e meno gestibile in tempi di governance securitaria delle filiere di approvvigionamento e di restrizione del canone della globalizzazione. Putin ha sempre avuto l’atteggiamento duale di volersi ergere a revisore dell’ordine internazionale e di dipendere da esso, via rendita energetica, per avere le risorse per poterlo fare. Nel frattempo la Russia pare rimasta indietro su molti trend decisivi: robotica, intelligenza artificiale, nuove tecnologie avanzate, semiconduttori, cloud computing e via dicendo non sono rivoluzioni destinate a permeare nel profondo il settore di Mosca. La Russia entra nel secondo quarto di XXI secolo con logiche da fine Novecento, acuite dalle asimmetrie dell’Ucraina. E sanare queste problematiche sarà la vera sfida per gli anni a venire. Pena la retrocessione nella Serie B dell’economia globale.

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