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La Borsa di Mosca ha lasciato per strada in un mese un terzo della sua capitalizzazione e il rublo si è profondamente svalutato già da prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Sono questi i due principali portati economici per la Russia della fase di acuta volatilità inaugurata dal deterioramento della situazione ai confini orientali e deflagrata con l’offensiva del 24 febbraio scorso. Né deve trarre in inganno il rimbalzo (di poco più del 5%) avvenuto nei mercati nella giornata di venerdì 25 febbraio, dato che il giorno precedente il Moscow Exchange aveva sospeso le contrattazioni per eccesso di ribasso.

La dimostrazione della fallacia di una certa visione strettamente economicista della realtà presente sta nella consapevolezza russa della necessità di sobbarcare un durissimo conto economico per le mosse decise da Vladimir Putin in Ucraina. Da tempo la Russia si sobbarca delle perdite notevoli sul fronte del Pil, dell’esposizione economica internazionale, della stabilità mentre la crisi ucraina va deteriorandosi. In sei mesi il Moscow Exchange ha perso il 45,85% del suo valore, in un anno il passivo è del 37,85%. Lo schianto del rublo l’ha portato a valori peggiori dei tempi di inizio pandemia.

Lo avevamo detto più volte su queste colonne. La Russia deve fare i conti con il duplice fattore della criticità sistemica della sua economia, della debolezza del suo mercato dei capitali e dell’esposizione del suo sistema: in una precedente analisi ricordavamo come il Pil russo fosse fortemente dipendente dalle esportazioni, che negli ultimi anni hanno assommato valori pari a quote tra il 25 e il 28,5% del Pil principalmente a causa di settori fortemente ancorati agli sviluppi dei mercati internazionali: grano, gas, petrolio, nickel e altri minerali. Questo triplice punto di caduta è un vero e proprio potere frenante alla prospettiva di un’operazione militare prolungata a Est.

Questo per una triplice serie di fattori.

In primo luogo, il rischio di un de-coupling drastico e insostenibile da parte dell’Occidente e dell’esclusione totale della Russia dai mercati finanziari con il taglio netto dei rapporti con il sistema di pagamenti Swift appare, per ora, un’ipotesi remota ma a cui fanno da contraltare gli attacchi occidentali alle principali banche russe: “VTB PJSC, Sovcombank PJSC, Novikombank JSC, Otkritie Financial Corporation PJSC Bank; PJSC Promsvyazbank e JSC CB Russia oltre a PJSC Sberbank”, ricorda Quotidiano.net, sono sotto assedio e in una nota la Banca di Russia ha sottolineato che essa e il governo “forniranno tutto il supporto necessario alle banche che sono cadute sotto le sanzioni degli stati occidentali”.

In secondo luogo, questa dinamica, unitamente, al crollo dell’export, rischia di generare un’ondata di povertà e debolezza economica interna a causa di una batosta inflattiva per il Paese. L’inflazione nel Paese va verso il 9%, il caro-vita e lo shock economico da Covid-19 continuano a essere un fattore di precarietà, il costo materiale dell’intervento sarà per i cittadini russi impattato su ben quattro fronti: maggior costo della vita per l’inflazione, minore accesso a beni di consumo occidentali (e loro susseguente rincaro), aumento del conto economico della spesa energetica per la necessità delle aziende produttrici di non uscire dal mercato, costi indiretti da contribuenti per l’intervento russo oltre confine.

Terzo e ultimo punto, un fattore strategico: Putin non vuole che la solidarietà d’intenti con la Cina diventi un abbraccio mortale e inevitabile con la Repubblica Popolare. E il combinato disposto dei primi due fattori può portare Mosca a dipendere da Pechino per stare sopra la linea di galleggiamento in termini di attrattiva degli investimenti, sostenibilità dello sviluppo, destinazione dell’export.

In sostanza, dunque, la questione economica non è stata dirimente come motivazione per frenare l’avvio della “Desert Storm” ucraina di Putin, ma può rappresentare un limite strutturale alla sua sostenibilità. Fermo restando che non ha tutti i torti l’analista geopolitico Dario Fabbri laddove afferma che l’economicismo è una guida illusoria nel dettame strategico delle potenze, va altresì sottolineato che i vincoli reali e umani alle azioni delle potenze esistono e sarebbe sbagliato non inserirli nell’equazione. Come fattore derivato, dunque, ma non eliminabile, i messaggi che giungono dal calo del rublo e dallo shock delle borse sono importanti e mostrano per la Russia la necessità di chiudere la partita in tempi sostenibili e cercare una via d’uscita. Pena trovarsi sotto il fuoco di una recessione dannosissima.

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