Per Donald Trump, la convinzione che i dazi rappresentino la strategia più efficace per ristabilire un equilibrio nei surplus commerciali ha radici profonde e affonda le sue origini in una visione economica che si è sviluppata nel tempo. In rete, infatti, esistono molti video risalenti agli anni Ottanta che testimoniano come The Donald fosse convinto da tempo che i dazi fossero la strada maestra. Tuttavia, sin dalla sua prima esperienza alla Casa Bianca, il tycoon è stato influenzato da una persona, in particolare, considerata “l’architetto dei dazi”: Robert Lighthizer, esperto negoziatore commerciale e avvocato, presidente del Center for American Trade presso l’America First Policy Institute (Afpi). Lighthizer è noto soprattutto per essere stato il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (Ustr) durante la prima presidenza di Donald Trump e vice Rappresentante per il Commercio durante l’amministrazione Reagan. Lighthizer denuncia il declino dei centri manifatturieri americani, attribuendolo all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Chi è l’architetto dei dazi di Trump
Come sottolinea Bloomberg, sebbene alcuni ritengano che Lighthizer non sia più così influente – non avendo ricevuto un incarico ufficiale in questa nuova fase – la sua influenza sull’operato di Trump è evidente. Il suo libro del 2023, No Trade Is Free: Changing Course, Taking on China, and Helping America’s Workers sembra infatti delineare con due anni di anticipo le mosse adottate dall’amministrazione Trump in tema di dazi e commercio globale. Non a caso, Jamieson Greer, scelto da Trump come nuovo Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, è stato capo dello staff di Lighthizer.
Le mosse del presidente Usa riflettono le idee di Lighthizer
Le recenti decisioni di Trump riflettono le idee Lighthizer illustrate nel suo libro del 2023. In particolare i i capitoli 17 e 18, intitolati rispettivamente Transcending Issues That Affect the Economy e A Prescription for the Future. Nel primo, Lighthizer critica le tasse sui servizi digitali in Europa e attacca l’impatto “enorme” dell’Iva, mentre nel secondo propone un passo indietro radicale nel commercio con la Cina, revocandone lo status di relazioni commerciali normali permanenti (Pntr), concesso dal Congresso nel 2000; uno status che implica che il Paese beneficiario riceva un trattamento tariffario e commerciale stabile e non discriminatorio, equivalente a quello offerto agli altri membri dell’OMC, senza la necessità di rinnovare periodicamente tale concessione.
Il manuale di Miran
Oltre a Lighthizer, c’è un altro esperto – questa volta un economista – che influenza in maniera determinante le mosse di Trump sul commercio: Stephen Miran, nominato da Donald Trump come presidente del Consiglio dei Consulenti Economici (Council of Economic Advisers, CEA), già senior strategist presso il fondo speculativo Hudson Bay Capital Management e come fellow presso il Manhattan Institute, un think tank conservatore.
Il suo pensiero è ben espresso nel documento del novembre 2024, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, pubblicato poco dopo la rielezione di Trump e prima della sua nomina ufficiale. In questo testo, Miran presenta un catalogo di strumenti per rimodellare il commercio globale, ponendo i dazi al centro della strategia. Esattamente ciò che sta facendo il tycoon.
La strategia di Miran raccontata nel suo saggio è piuttosto chiara: Miran sostiene che il dollaro sia sopravvalutato (stimando un eccesso del 25%), il che danneggia l’export e il settore manifatturiero statunitense. Per correggere tale squilibrio, propone l’uso aggressivo dei dazi per importare inflazione, svalutare il dollaro e migliorare la competitività delle esportazioni americane. Inoltre, vede le tariffe come una leva negoziale per costringere Paesi come Cina e Unione Europea a modificare le loro politiche commerciali. “Il peso che il dollaro sopravvalutato impone al settore manifatturiero statunitense – scriveva in un tweet – provoca una devastazione diffusa nella base industriale del Paese e rappresenta un enorme ostacolo per il nostro settore delle esportazioni. I lavoratori americani pagano il prezzo per il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale”. È la strada giusta per l’America e per reindustrializzare il Paese? Solo il tempo ce lo dirà.

