Il futuro è già presente, anche se spesso in Europa fatichiamo ad accorgercene. Erano gli Anni Sessanta quando il giornalista francese Jean-Jacques Servan Schreiber scrisse La sfida americana, saggio illuminante in cui si capì anzitempo che i Paesi del Vecchio Continente sarebbero stati destinati alla minorità geopolitica sulla scia del distacco dalla locomotiva dell’innovazione su scala globale, gli Stati Uniti. Alleati e patroni di un’Europa sempre più satellite. Da Internet al Gps, dai colossi della ricerca online ai campioni della logistica, da Microsoft a Netflix, gli Stati Uniti sono stati la patria di buona parte delle aziende che, foraggiate intensamente da capitali pubblici e sostegni politici, hanno contribuito a plasmare le rotte dell’innovazione tecnologica e dei nuovi mercati del digitale.

Anno dopo anno, la sfida si è duplicata. All’America si è infatti aggiunta, come concorrente agguerrito di Washington, la Cina. Potenza capace di mettere in campo “campioni nazionali”, di percorrere i tempi nelle nuove frontiere dell’innovazione (5G, in particolare, ma anche intelligenza artificiale e calcolo quantistico) e di porsi in scena come l’unica nazione che può ambire non solo a competere negli standard tecnologici fissati dagli Usa ma anche a crearne di nuovi per il futuro.

In mezzo a questi giganti si posiziona l’Europa. Cui negli anni non hanno fatto difetto le risorse (dal capitale umano ai centri di ricerca) per poter competere nell’agone tecnologico globale da protagonista ma sono mancati piuttosto lo stimolo a una sistematizzazione politica di un progetto di autonomia strategica in campo tecnologico e di valorizzazione dei giganti digitali del Vecchio Continente. Forti di poche eccellenze globali (una su tutte la tedesca Sap) e di molte aziende con potenziale di sviluppo (da Atos ad Ericsson).

Negli ultimi anni, principalmente su iniziativa di Francia e Germania, l’Europa sta promuovendo progetti di autonomia strategica nel digitale e di contenimento del potere di mercato dei colossi del web statunitense attraverso regolamentazioni alla concorrenza e stimoli a una convergenza su temi come il cloud e gli investimenti in innovazione. La nascita di Gaia-X, l’abilitatore europeo di una piattaforma di cloud continentale, cui parteciperà anche l’Italia, è in tal senso un primo passo. Al contempo, si cerca una via autonoma al 5G tra i due maggiori attori. Ma di fronte, soprattutto, alla sfida cinese molti si chiedono, di questi tempi, quanto la “sovranità digitale” europea debba condurre a una via autonoma all’innovazione e quanto, invece, debba confrontarsi per necessità o comunanza di visioni con la tecnologia made in Usa, soprattutto in funzione dei legami politici, diplomatici e militari tra le due sponde dell’Atlantico.

“Tech and democracy”: un connubio possibile?

Di quest’ultimo tema si è parlato nel panel Tech and Democracy organizzato dalla testata Formiche nella giornata del 17 dicembre scorso e moderato dalla direttrice Flavia Giacobbe. A cui sono intervenuti ospiti di peso da oltre Atlantico, come Robert Cardillo, già direttore della US National Geospatial-Intelligence Agency e Rob Strayer, Vice Presidente Esecutivo presso Information Technology Industry Council, e il ministro italiano degli Affari Europei Enzo AmendolaFil rouge del convegno è stata la volontà di promuovere un’agenda di necessaria “alleanza delle democrazie” nell’ambito della tecnologia di frontiera.

Amendola, in particolare, ha voluto sottolineare che la maggiore consapevolezza strategica dell’Europa va lintesa (anche nel contesto tecnologico) come un rafforzamento del Vecchio continente all’interno del quadro occidentale, dunque inseparabile dall’alleato d’oltreoceano. La via sarebbe, dunque, la ricerca di regole comuni, fattispecie che secondo Cardillo, che ha introdotto i lavori, è particolarmente necessaria laddove il tema è la governance degli utilizzi delle tecnologie stesse, specie le più problematiche come l’intelligenza artificiale. Essa, ha notato, “può essere utile all’agricoltura di precisione, alla previsione di disastri naturali, alla gestione del cambiamento climatico. Ma anche servire all’intrusione dello Stato nelle nostre vite private, all’interdizione dei rifugiati, all’abuso di potere contro minoranze etniche e religiose” e dunque, a suo parere, Ue e Usa devono collaborare per creare un terreno di gioco condiviso a cui le aziende e gli attori di ambo i lati dell’Atlantico possono adeguarsi e sulla cui base competere.

La cooperazione alla prova della dottrina Breton

All’evento ha partecipato anche Antonio Parenti, rappresentante della Commissione in Italia, che ha contestualizzato l’applicazione futura di due nuove leggi promulgata da Bruxelles di recente, il Digital Services Act (Dsa) e il Digital Market Act (Dma), sulle cui basi le Big Tech dovranno assumersi una maggiore responsabilità nella moderazione dei contenuti e nelle loro pratiche concorrenziali, oppure potrebbero incorrere in multe fino al 10% del fatturato.

La regolamentazione dell’oligopolio digitale a stelle e strisce è fortemente voluta dall’attuale Commissario all’Industria francese, Thierry Breton,e sostenuta dalla collega alla Concorrenza, la danese Margrethe Vestager, nel quadro dei piani tecnologici europei per rafforzare le prospettive del Vecchio Continente. Ex manager nel settore Tlc, Breton sta spingendo a tutto campo per rafforzare i perimetri attorno a cui consolidare iniziative come Gaia-X.

Non bisogna non sottolineare la principale asimmetria che una convergenza euro-atlantica contro la Cina in ambito tech dovrà superare: l’ambizione dei due Paesi guida del Vecchio Continente di non dipendere completamente dagli Stati Uniti e dai loro attori. Politicamente la questione da approfondire sarà il tema del dominio straniero del ricco e profondo mercato europeo e la ricerca di un modus vivendi tra colossi americani e nuove e vecchie compagnie americane. La realtà dei fatti dice che, sostanzialmente, l’Europa non ha ancora la forza per “far da sé”.

Come nota StartMag“lungi dall’escludere le società straniere, Gaia-X le ha incluse nel suo lavoro nella prima fase concettuale dalla fine del 2019, arruolando colossi come Amazon Web Services per fornire competenze e aderire all’obiettivo del progetto di rendere i servizi cloud “interoperabili”. E a novembre è entrata, come azienda membro e autrice di importanti consulenze, nientemeno che la sulfurea Palantir, colosso del data mining e dell’Ai che rappresenta una proiezione reale degli apparati di potere Usa. Rebus sic stantibusl’America può spingere l’Europa a convergere sul tema della tecnologia, ma l’Unione ha la forza commerciale e regolatoria per permettere, senz’altro, che la torta sia spartita in futuro con maggiore equità. A patto di pensare alla strategia nell’ottica della valorizzazione dell’interesse nazionale dei Paesi membri. Altrimenti la sfida cinese rischia di travolgere entrambi gli sfidanti di Pechino.

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