L’espressione “cigno nero”, intesa come metafora dell’imponderabile che può perturbare un contesto politico, economico e sociale, è stata coniata dall’epistemologo ed ex trader Nassim Taleb in un omonimo saggio ed è molto utilizzata nel dibattito attuale, in una fase di tensione per l’economia mondiale. In Italia il teorico del “rischio cigno nero”, legato principalmente alla possibilità di una nuova tempesta finanziaria dopo la Grande Recessione, è l’ex accademico e ministro degli Affari europei, nonché attuale presidente della Consob, Paolo Savona. Nel luglio 2018, infatti, parlando alla Camera, Savona ha  avvertito dei rischi di una nuova recessione globale che rendevano opportuno un rilancio degli investimenti produttivi, proposto le sue idee di un’Europa “diversa, più forte, più equa” e menzionato il “cigno nero” che potrebbe amplificare gli effetti di una perturbazione economica locale fino a far deflagrare una crisi finanziaria mondiale.

Di recente, intervistato dall’Agi, Savona ha indicato nella guerra dei dazi, nel conflitto valutario e nell’assenza di un dialogo multilaterale sulla governance economica globale altrettante fonti di instabilità: un sistema caotico tende per sua natura all’entropia, ed è in un’economia globale minata da problematiche strutturali che potrebbe impattare un “effetto cigno nero” paragonabile, per citare esempi vicini a noi, alla crisi dei fondi Ltcm che provocò il panico nei mercati emergenti a fine Anni Novanta, al crollo dei mutui subprime che innescò la Grande Recessione nel 2007-2008 e all’effetto convergente di speculazione sulle materie prime alimentari e siccità del 2010 che contribuì a innescare dalle piazze e dai mercati le proteste delle Primavere Arabe.

Il Corriere della Sera ha elencato una serie di fattori di crisi, dal timore dei mercati per una “Hard Brexit” dopo l’ascesa di Boris Johnson alle proteste di Hong Kong, qualificabili come “cigni neri”, compiendo un’errore di inversione di causalità. Il “cigno nero” non sono il conflitto dei dazi tra Usa e Cina, il calo della produzione industriale tra Francia e Germania o il rischio di un conflitto nel Golfo Persico: questi sono il materiale combustibile di cui il “cigno nero”, imprevedibile per definizione, sarebbe l’innesco. Quel che è certo è che l’economia e la geopolitica planetarie sono in pieno subbuglio. E usando il rasoio di Ockam, i problemi dell’economia globale sono condensabili in poche macrocategorie.

L’incertezza nella sfida Cina-Usa

Cina e Usa continuano una sfida strategica che conosce, mese dopo mese, accelerazioni e frenate. I punti di confronto e gli appetiti dei rispettivi governi, settori economici e apparati sono tanti e tanto ampi da caricare Donald Trump e Xi Jinping di oneri decisionali notevoli.

La sfida sui dazi è destabilizzante, e i mercati mostrano di brindare a ogni decisione che dilazioni nuove tariffe e nuove sanzioni incrociate. Ma il perno della partita è geopolitico e strategico: Washington ha alzato la linea del contenimento alla “Nuova Via della Seta” cinese, al 5G di Huawei e alle ambizioni globali di Pechino senza conseguire risultati di livello apprezzabile, Pechino agli scacchi preferisce il do, gioco da tavola cinese che mira all’accerchiamento dell’avversario, e lavora con investimenti infrastrutturali, legami con nazioni rilevanti strategicamente e strategie indirette, dal campo valutario a quello informatico. Il problema, in questo contesto, è l’assenza di una fiducia reciproca tra Pechino e Washington, fondamentale per risolvere le numerose questioni aperte dell’economia globale e che, se mancante, mina la stabilità del sistema alle sue basi.

Le borse danno segnali d’incertezza

Secondo punto di frizione è l’atteggiamento dei mercati finanziari, “dopati” dal ritorno al quantitative easing dopo il panico di fine 2018. In assenza di stimoli ulteriori nell’economia reale, un Qe globale di bassi tassi e pochi investimenti concreti potrà tenere alti gli indici ma non appianare le contraddizioni che, soprattutto negli Usa, emergono analizzando gli spaventosi livelli di debiti aziendali che gravano sui bilanci di società come General Electric.

Inoltre, vi è un problema legato al sorpasso dei tassi a breve scadenza dei titoli di Stato Usa rispetto a quelli a lungo termine, segnale che i mercati scontano un certo timore per l’immediato futuro sul rischio recessione. Qua dice bene il Corriere: “Per la prima volta da oltre un decennio, si è invertita la curva dei rendimenti dei titoli di Stato Usa tra la scadenza a 2 anni e quella a 10, situazione che non si verificava da maggio 2007 e che, negli ultimi 40 anni, è sempre stata anticipatrice di una recessione dell’economia americana. Il tasso dei titoli biennali si è attestato all’1,628%, contro l’1,619% dei bond a 10 anni. Inoltre il trentennale è scivolato a 2,0738%, al di sotto del minimo storico del 2,0882% registrato a luglio 2016. L’inversione della curva dei rendimenti era già iniziata negli Stati Uniti, ma finora aveva riguardato solo il tasso del decennale”.

L’Europa, il grande assente

L’Europa è vittima della sindrome di Stoccolma, prigioniera di un’ideologia economicista e dell’illusione di regole sorpassate nell’era della globalizzazione. Come se Stati Uniti e Cina si fermassero a chiedere permesso sul Fiscal Compact, come se fosse conveniente castrare gli strumenti che consentono la competizione a livello globale (creazione di campioni nazionali, sostegno all’industria, investimenti infrastrutturali e in occupazione), come se indugiare nelle orazioni moraliste sul debito pubblico e le generazioni future, che sentiamo ripetute all’inverosimile, portasse a reali dividendi positivi. L’Europa, nel frattempo, col suo rifiuto di considerare anche solo lontanamente la sfera di una competizione sul piano geopolitico è finita per essere oggetto, e non soggetto, delle dinamiche globali.

Il più recente caso di distacco dalla realtà è legato all’ostinazione della Germania di aprire a reali discontinuità in un modello economico fondato sull’austerity e sul mito del pareggio di bilancio in una fase di contrazione dell’industria e di incertezza nel commercio globale. “Si rimane sconfortati a leggere i pessimi dati dell’economia tedesca nel secondo trimestre, non tanto per il dato in sé, quanto per la sua prevedibilità”, scrive l’analista Pierluigi Fagan su Osservatorio Globalizzazione. Il rifiuto della Germania e dell’Europa di imporre un vero cambio di direzione dopo aver constatato i disastri dell’austerità e della svalutazione interna delle economie europee è sconcertante.

In questo contesto, continua Fagan, “l’Europa è rimasta l’ultima Thule dell’utopia antipolitica, convinta che ormai è solo una faccenda di mercati e valute […] Utopia che diventa distopia e assurdo storico nel mentre s’instaura un nuovo ordine mondiale in cui grandi potenze non solo economiche, sgomitano per stabilire i rapporti di gerarchia per i prossimi trenta anni. In Europa si leggono questi lunghi elenchi di conflitti e problemi crescenti come se si stesse leggendo la gazzetta di un altro pianeta”. Non a caso Savona, nel suo intervento del 2018, proponeva di rafforzare gli strumenti politici dell’Unione a vantaggio di una maggiore capacità d’azione nell’agone globale: andava nella direzione giusta, ad esempio, l’idea di una Bce prestatrice di ultima istanza. Così non è stato e così non sarà: Ursula von der Leyen e Christine Lagarde, i nuovi volti al femminile dell’Europa, propongono una continuità col passato che è a dir poco problematica. Se in qualunque parte del mondo dovesse impattare un “cigno nero”, non ci sono dubbi su quale sarebbe il sistema economico che patirebbe, una volta di più, le conseguenze peggiori e più durature.