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La trincea dell’austerità in Europa, oggigiorno, corre parallela al Brennero e dietro di essa è schierata l’Austria di Sebastian Kurz. Non sono più i tempi dell’Isonzo, di Caporetto e di Vittorio Veneto, la battaglia oggi è ideale e politica, ma le Alpi separano nettamente due visioni per il futuro del Vecchio Continente. Da un lato, l’Europa del rigore sui conti, del pareggio di bilancio, della stabilità dei prezzi che ha in Vienna e nell’Olanda di Mark Rutte i suoi campioni; dall’altro, l’Europa mediterranea che ha subito le peggiori conseguenze di un decennio di austerità, programma con Italia e Francia alla sua testa la rottura della linea del rigore, il rilancio degli investimenti pubblici e la discussione sul superamento del Patto di stabilità.

Nell’anno e mezzo del Covid-19 Vienna ha dovuto fare i conti con una situazione problematica legata alla pandemia ma è riuscita a scampare alle più dure conseguenze sanitarie, economiche e sociali del contagio. Ora in Europa si posiziona come apripista in vista dei futuri scontri sulle regole: il Patto di stabilità, il 3% nel rapporto deficit/Pil e il rigore sui conti sono sospesi, assieme alle regole ferree sul controllo agli aiuti di Stato, anche per tutto il 2022 ma quello che i rigoristi vogliono evitare è il passaggio dalla fase emergenziale a quella strutturale nella risposta alla crisi. E cioè che la svolta post-Covid, l’introduzione del fondo Next Generation Eu, la monetizzazione del deficit, la svolta sempre più interventista della Banca centrale europea e il nuovo vento keynesiano di cui Mario Draghi in Italia si è fatto interprete diventino regole strutturali

Nei prossimi mesi il Consiglio europeo dovrà affrontare questi nodi e l’Austria di Kurz, negli anni diventata sempre più liberista e pro-austerità, vuole evitare una sconfitta politica, portandosi avanti per ricompattare quel fronte del rigore sui conti che, dopo la pausa del Recovery Fund, prepara nuove battaglie.

Un mese fa il governo Kurz ha chiesto esplicitamente all’Europa di fare un passo indietro dopo il Covid. “L’Europa non scivolerà in un’Unione del debito”, ha avvertito il ministro delle Finanze, Gernot Blumel, convinto che “creare debiti sia pericoloso, anche con bassi tassi di interesse”. “Paesi come la Francia o l’Italia vorrebbero abolire i criteri di Maastricht. È allarmante da un punto di vista economico e morale”, ha aggiunto, riproponendo l’antico refrain germanico della sovrapposizione tra colpa (Schlud nella lingua di Goethe) e debiti (Schluden).

Di formazione filosofica prima di passare al mondo del business, prossimo a compiere 40 ma con alle spalle una carriera già lunga e solida nei ranghi del Partito popolare austriaco di cui è stato segretario generale dal 2013 al 2015 prima dell’ascesa di Kurz, Blumel in questi mesi sta lavorando come giovane “Metternich dell’austerità” provando a ricostruire il fronte dei rigoristi in vista delle prossime sfide. Politico ricorda che da giugno scorso Blumel è intento a vergare lettere, effettuare telefonate e trattare a tutto campo coi colleghi nordici per mettere in campo un’alleanza contro l’ipotesi che Italia, Francia e Spagna si saldino con i restanti Paesi del blocco mediterraneo e meridionale per fare pressioni a favore di un superamento del Patto di stabilità.

Nei giorni scorsi, ilGiornale ha fatto notare come le mosse di Kurz e Blumel preparino grandi manovre: “Vienna gioca spesso il ruolo di apripista di certi malumori, in genere poi si fanno sentire olandesi, ungheresi e scandinavi. A dettare la linea è in realtà la Germania, che poi gioca il ruolo di mediatore” ma che nei prossimi mesi sarà intenta ad affrontare la delicata fase della transizione post-Merkel. Vienna martella per tirare la volata alla Nuova lega anseatica e nei mesi a venire c’è da attendersi sicuramente che chi scenderà con decisione in campo sarà l’immancabile Olanda. La “nave pirata” dell’Unione europea, la nazione maestra della doppia morale, tanto rigorista e austeritaria sui conti pubblici altrui quanto lassista nei controlli finanziari interni sul paradiso fiscale creato de facto sul suo territorio. ilGiornale ha fatto notare che in quest’epoca complessa “il futuro dell’Europa dipende da come saremo in grado di uscire dalla pandemia e non saranno austeri e puritani a salvarci”, anzi, semmai sarà il contrario.

L’austerità è la grande nemica della ripresa, un pregiudizio sul futuro economico dell’Europa, un’ideologia smontata dalla storia che ha mostrato la necessità per le economie del Vecchio continente di spendere, rilanciare i mercati interni, riscoprire la lezione di John Maynard Keynes e della ricostruzione post seconda guerra mondiale. Soprattutto, ha mostrato la fallacia dei dogmi individualisti, iper-competitivi e mercantilisti che le nazioni del Nord Europa hanno a lungo difeso e che l’Austria ha volontariamente promosso.

In campo economico Calvino e Lutero, la cui predicazione si fa sentire nei dogmi moralistici applicati alle nazioni dell’Europa meridionale, sono stati sconfitti da Lord Keynes, ma anche dall’avverarsi della lezione economica di Giovanni Paolo II Benedetto XVI sui mali legati alla prevaricazione dei mercati sull’uomo e le comunità. La ripresa post-Covid non potrà non tenere conto di queste premesse e, anzi, sarà un danno per l’Europa intera se la battaglia politica diventerà, una volta di più, scontro culturale e di civiltà tra le varie anime del Vecchio Continente. In fin dei conti chi ha capito i problemi dell’austerità, rottamandola in patria, è stata proprio quella Angela Merkel a lungo sua grande patrona dopo la crisi dei debiti del 2010-2011. Orfani della Germania, Austria, Olanda e alleati si vogliono compattare per riportare Berlino sulle loro posizioni. Ma essere più realisti del re e proseguire nell’estremismo austeritario rischia solo di aggravare una crisi sistemica di cui il Vecchio Continente nella sua interezza rischia di essere il grande sconfitto qualora saranno riprese ricette politiche e dogmi sorpassati dalla realtà.

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