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L’ondata di spesa pubblica crescente da parte dei governi occidentali, l’inizio della fase delle riaperture post-Covid e l’aumento della fiducia di consumatori e imprese nella gran parte delle economie più avanzate stanno trainando una fase di rilancio sostenuto della domanda aggregata di beni e servizi. Dopo i brillanti risultati di Stati Uniti e Regno Unito nella primavera scorsa in estate anche l’Italia ha potuto presentarsi con performance in miglioramento, dato che l’Ufficio parlamentare di bilancio non ritiene impossibile una crescita capace di sfiorare il 6% nell’anno in corso.

La dilatazione del Pil di un’economia, in ogni caso, racconta solo una parte della realtà. Nel contesto di una crisi di taglia globale essa va letta fianco a fianco con una serie di altri parametri che permettono di analizzare lo stato di salute di un’economia nel suo complesso. E dunque di constatare, in questo caso, come per l’economia italiana e per quelle delle maggiori potenze occidentali le sfide restino numerose.

Il sistema internazionale si trova di fronte a una serie di mine che possono potenzialmente condizionare sia la generazione di nuovo reddito sia la sua distribuzione, oltre che impattare sulle dinamiche del mercato del lavoro e dell’industria. Le possiamo sintetizzare in quattro punti chiave.

Le incertezze dell’industria

In primo luogo, è da sottolineare il fatto che la ripresa post-Covid sia, in larga misura, dettata dalle condizioni fisiologiche delle società nel loro complesso. Ovvero dalla graduale fine della fase più dura delle restrizioni anti-contagio che ha permesso il ritorno a un ciclo normale per larga parte delle attività economica. Il dato strutturale, in quest’ottica, va in controtendenza e racconta di un mondo che brancola nel buio di una delle più delicate situazioni degli ultimi decenni: la destrutturazione delle catene del valore, il fallimento della società del just-in-time e la carenza di scorte industriali di materiali strategici hanno squilibrato i meccanismi di domanda e offerta in vari settori, provocando ad esempio il rischioso Chipageddon, con la conseguente scarsità di semiconduttori su scala globale. Ma causando anche un rincaro nei costi del petrolio, del gas naturale, dell’acciaio, delle resine, delle gomme e di tutta una serie di materie prime che ripercuotono i loro effetti sui costi di produzione, generazione, trasporto erodendo le prospettive di ripresa dell’industria.

Una ripresa dipendente dalle costruzioni

In secondo luogo, di conseguenza, andranno valutati attentamente i potenziali impatti dei grandi piani di rilancio delle economie occidentali che, in larga misura, sono basate direttamente o meno su un settore chiave: le costruzioni. Dalle infrastrutture fisiche a quelle digitali, dalle reti energetiche ai nuovi impianti di generazione pulita, passando per gli interventi di riqualificazione edile tutti i grandi progetti messi in campo, dai piani dell’amministrazione Biden negli Usa (1,2 trilioni di dollari il solo prospetto di spesa infrastrutturale) ai progetti del Recovery Fund europeo (750 miliardi di euro) passando per le ambiziose strategie del governo britannico di Boris Johnson (600 miliardi di sterline nei prossimin cinque anni), imporranno una grande mobilitazione di uno dei settori più colpiti negli anni della Grande Recessione. Puntando nel contempo ad attivare un grande moltiplicatore sotto forma di indotto e generazione di posti di lavoro che, però, rischia di essere destabilizzato dall’aumento dei costi e dalla carenza di manodopera.

Sul primo fronte, nota il Financial Times, è da seguire il superciclo dei prezzi di cemento e materiali annessi: Travis Perkins, uno dei maggiori produttori di cemento britannici, ha aumentato del 15% i prezzi da maggio e negli Usa il Cfo di Maher Al-Haffar ha stimato tra il 20 e il 30% l’aumento della domanda interna nei prossimi anni. Sul secondo, invece, emblematico è il caso dell’Italia, ove soprattutto in seguito al boom del Superbonus 110% aggiustato e rilanciato dal governo Draghi l’offerta di lavoro rischia di essere notevolmente sopravanzata dalla domanda. Il Sole 24 Ore riporta gli studi dell’Associazione nazionale costruttori edili, la quale“stima per il 2022 un fabbisogno occupazionale aggiuntivo diretto nel settore di circa 170mila unità cui si sommano 95mila unità nei settori collegati per un totale di 265mila posti di lavoro” a causa di una crescita degli investimenti da 11 miliardi di euro. Ora come ora, sottolinea il centro studi Ance, “non si trovano il 52% degli addetti finiture e il 60% degli operai specializzati richiesti”.

Il dilemma dell’inflazione

Terzo punto di criticità è la fiammata dell’inflazione. Dovuta non solo all’aggiunta massiccia di denaro nelle economie, ma anche e soprattutto dalle condizioni strutturali della ripresa post-Covid e dallo scaricamento sui prezzi finali dei beni delle tensioni che si accumulano a monte. Il blocco degli scambi internazionali, la crisi di molti produttori, l’emersione del problema della sovranità alimentare durante le fasi più dure della pandemia e la somma di extra-costi della filiera hanno contribuito a far sentire questa pressione particolarmente forte nel settore agroalimentare. Su scala globale l’Onu ha recentemente comunicato che mediamente il costo dei prodotti alimentari ha fatto segnare un aumento del 33,9% rispetto allo scorso anno. In Italia, invece, la situazione è più eterogenea ma in sostanza non diversa come nota Coldiretti in un suo studio: “a tirare la volata sono i prezzi internazionali dei cereali cresciti del 33,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre i prodotti lattiero caseari sono saliti del 22% rispetto all’anno scorso ma va anche segnalato il balzo del 15,6% nelle quotazioni della carne”.

In tutta Italia e in tutta Europa corrono i prezzi al dettaglio dei carburanti e delle bollette energetiche mentre, per ora, stagnano gli stipendi. Discorso simile oltre Atlantico: negli Usa i prezzi al consumo negli Stati Uniti sono saliti a giungo dello 0,9%, superando le attese degli analisti che si attendevano un rialzo dello 0,5%, secondo il report del dipartimento del lavoro, mentre su base annua l’inflazione è aumentata del 5,4%, dato più alto da tredici anni.

Il tarlo delle disuguaglianze

Il problema e, in prospettiva, la sfida più grande, infine, è quella della distribuzione della ricchezza generata nel periodo post-Covid e delle disuguaglianze, che a inizio anno parlando con Inside Over l’economista Sergio Cesaratto sosteneva potessero diventare sempre più diffuse. La pandemia ha generato un’accelerazione delle disuguaglianze economiche tra centro e periferia, tra integrati ed esclusi del modello socio-economico dominante, tra “vincitori” della grande corsa della finanza e lavoratori inseriti nel sistema dell’economia reale. “La crisi – ha dichiarato Cesaratto – ha ovviamente aggravato le diseguaglianze accrescendo la disoccupazione e mandando in crisi anche categorie imprenditoriali, piccole e grandi. Ma il problema c’era anche in precedenza”.

C’era per la deindustrializzazione, la crescita dell’esclusione sociale e l’aumento di povertà e indigenza che riguardavano tutte le economie occidentali, Stati Uniti in testanon risparmiando l’Italia. C’era, in Europa, per i frutti insani del lungo decennio dell’austerità. C’era, infine, per lo strapotere economico-finanziario delle grandi piattaforme tecnologicheorientate su un atteggiamento sempre più estrattivo nei confronti di consumatori e lavoratori che ha reso i magazzinieri di Amazon e i rider di Glovo gli Oliver Twist del terzo millennio, i dipendenti di un sistema dominato da algoritmi impersonali e piramidale come pochi altri nella storia dell’economia. Un sistema che si è alimentato di immensi guadagni finanziari nei mesi in cui la pandemia frenava la globalizzazione fisica ma rendeva le società dipendenti da quella immateriale. Creando accumulazioni notevoli che in larga parte si riversano sulla crescita dimensionale delle economie in ripresa, ma non producono effetti sostanziali sui loro equilibri distributivi. Una problematica che racchiude in sé tutte le precedenti ed è la vera minaccia che i Paesi più sviluppati dovranno in futuro sventare.

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