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La recessione globale causata dal Coronavirus e le limitazioni degli spostamenti che hanno tenuto a terra la maggioranza dei voli internazionali hanno assestato un durissimo colpo ai produttori di petrolio. Con il calo della domanda, anche il valore al barile del greggio ha subito una brusca frenata, che sin dall’inizio dell’anno sembrava poter avere dei risvolti ancora peggiori di quanto ipotizzato. Tuttavia, a ciò si è aggiunto in seconda battuta il mancato accordo sul taglio delle produzioni durante lo scorso vertice dell’Opec+, in cui Mosca ha dichiarato di voler mantenere stabile la propria produzione petrolifera. E facendo saltare il banco, anche il prezzo dell petrolio ha iniziato la sua dirompente corsa verso i minimi degli ultimi anni, scendendo addirittura sotto l’ipotizzato valore di 30 dollari al barile e trascinando con sé i mercati azionari. Nonostante ciò, le ostilità tra i Paesi – soprattutto tra Arabia Saudita e la stessa Russia – hanno continuato a fare la partita, con un accordo che sino a questo momento non è ancora stato raggiunto.

Riad vuole giocarsi il tutto per tutto

Come sottolineato dal giornalista italiano Francesco Bonazzi all’agenzia di stampa Sputnikdietro al braccio di ferro tenuto dai Paesi dell’Opec+ non sono da escludere interessi da parte di Riad, intenzionata ad espandere sul lungo periodo la propria presenza nelle forniture internazionali. In modo particolare, le mire saudite sarebbero rivolte al mercato americano, allo stato attuale in buona parte dipendente dalla produzione tramite scisto che col crollo del prezzo del greggio ha messo in ginocchio le società produttrici. Ma non solo: anche le ultime rilevazioni in tema di inquinamento ambientale e la maggiore fragilità degli asset societari hanno danneggiato la loro immagine, rendendo già da tempo meno interessante un investimento nell’attività da parte delle grandi cordate – eccetto ovviamente quelle saudite, interessate  al portafoglio clienti.

In questo scenario, dunque, riuscire a tenere basso il prezzo del petrolio proprio in un momento in cui – con la presidenza di Donald Trump – si giungerà ad una battaglia di logoramento col fronte americano è congeniale per potare a casa il massimo rendimento con il minimo danno, considerando la riduzione dei volumi di vendita. E in questa situazione, in fondo, anche Mosca potrebbe non avere eccessive rimostranze da fare, non dipendendo l sua economia esclusivamente dal commercio dell’oro nero.

La videoconferenza Opec+ può cambiare le carte in tavola?

Nella giornata di giovedì 9 marzo, l’Opec+ allargato ad alcuni Paesi del G20 sono chiamati in videoconferenza per giungere ad un accordo sul taglio delle produzioni. Tuttavia, dalle premesse degli scorsi giorni un accordo totale sembra assolutamente impossibile da raggiungere, con il banco che era già saltato negli scorsi giorni.

Le paure però non sono più legate esclusivamente al mondo dei mercati finanziari e del valore di contrattazione del  greggio nel breve: un protrarsi del petrolio ai minimi diventa dannoso per i produttori stessi – con i piccoli che rischieranno presto o tardi anche di saltare. In fondo, le richieste di accordo da parte del presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador erano già state un segnale di come i Paesi piccoli hanno iniziato a patire il fenomeno più dei grandi colossi mondiali che si stanno giocando la partita (Reuters).

Tuttavia, anche se lo scenario non fosse necessariamente quello stimato nella peggiore delle ipotesi – col greggio che questa volta potrebbe scendere sotto i 10 dollari al barile – il rischio è di un altro duro colpo per la filiera e da tutto cosa dipende dal valore del prezzo dell’oro nero. E se ciò accadrà o meno, in buona parte, sarà a causa delle volontà di Riad: unico vero attore internazionale in grado allo stato attuale di far saltare da solo il tavolo di contrattazione.