La Repubblica Dominicana è un piccolo stato caraibico che occupa circa i due terzi dell’isola di Hispaniola, nelle grandi Antille; la restante superficie è sotto la sovranità di Haiti, con la quale esistono da sempre grossi problemi, specie legati ai flussi migratori. Istituzionalmente Repubblica presidenziale, come molte nazioni poste geograficamente nel “cortile di casa” degli Stati Uniti ha avuto una storia politica tormentata. Indipendente dal 1844, fallito il progetto che l’avrebbe voluta entrare a far parte della Federazioni a stelle e strisce, per ben due volte nel corso del XX secolo fu occupata dagli Stati Uniti (nel 1916 e nel 1965) sull’onda di gravi crisi economiche e per il pericolo di un’ascesa al potere delle forze di sinistra, avversate dai latifondisti e dalle gerarchie ecclesiastiche. A
l pari di quasi tutte le nazioni latino-americane, la Repubblica Dominicana, per lunghi periodi della sua storia, fu retta da regimi dittatoriali, come quello di Rafael Trujillo (al potere dal 1930 al 1961), e poi sotto la gestione autoritaria di Joaquin Balaguer, rimasto al potere – salvo alcuni intervalli – sino al 1996.
Ristabilito a fine millennio l’assetto democratico, l’attuale presidente Luis Abinader, in carica dal 2016 e rieletto nel 2020, ha adottato recentemente un decreto (il numero 453-24), in base al quale da ora in avanti spetterà in via esclusiva a una società di proprietà esclusiva dello Stato – con esclusione di privati e/o soggetti stranieri (leggi multinazionali) – la scoperta e la gestione di tutte le risorse minerarie dominicane, tra le quali le terre rare, un minerale importantissimo per le nuove tecnologie, indispensabile per la fabbricazione di microchip, batterie o convertitori catalitici. Il provvedimento dispone che lo sfruttamento delle risorse dovrà avvenire in modo rispettoso per l’ambiente e perseguire unicamente l’interesse e il progresso economico e sociale della nazione.
Il settore minerario sta acquisendo una crescente importanza per il Paese. Nel solo 2020 ha costituito due punti di PIL e quasi la metà dell’export complessivo, affiancandosi alle tradizionali attività legate a turismo e servizi, oltre alle coltivazioni di caffè, zucchero e tabacco. In campo minerario, cessata l’estrazione della bauxite, terre rare a parte (come la riserva mineraria di Avila, nel Sud della Repubblica) esistono giacimenti di nichel, oro e argento. Eppure, nonostante il crescente rilievo del comparto, le entrate appannaggio dell’erario sono rimaste modeste; miniere come quella di nichel di Falcondo, o quella d’oro di Pueblo Viejo, tra le più grandi del mondo, cui si aggiungono argille, sabbie silicee e calcare per la produzione di cemento – situate a Nord e nell’Est – o gesso, sale, marmo, travertino e silice, per lo più nella parte meridionale dell’isola, non sembrano ancora imprimere un’autentica svolta.
Le ragioni vanno ricercate in una serie di criticità interne, che vanno dalla corruzione e clientelismo diffuso, alla iniqua distribuzione del reddito, povertà e un sistema giudiziario inefficiente, che scoraggiano gli investimenti, assieme alle difficoltà per gli approvvigionamenti energetici, circa i quali Santo Domingo si appoggia sia agli USA, che al Venezuela.
In questo senso, il segnale lanciato con il nuovo provvedimento del governo sembra muoversi nella direzione di riappropriarsi delle proprie risorse naturali e investirne i proventi per lo sviluppo del Paese, ponendo un freno – tramite la creazione di una società a totale partecipazione pubblica – alle multinazionali. Una scelta sulla scia di quelle compiute recentemente dal Messico e dallo Zimbabwe (per il litio), e dal Perù (per il petrolio).
Con l’auspicio che le classi dirigenti di queste nazioni abbiano miglior sorte di quella toccata al nostro Paese qualche decennio fa. E sappiamo di cosa (e di chi) parliamo.