Redditi netti azzerati e deficit di conto corrente: gli stranieri si stanno comprando gli Usa

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I dati forniti dal Bureau of Economic Analysis in riferimento al primo trimestre del 2026 attestano una posizione finanziaria netta statunitense negativa per 21,27 trilioni di dollari, frutto di un ammontare complessivo di detenzioni estere di asset finanziari statunitensi pari a 64,64 trilioni di dollari, a fronte di 43,37 trilioni di partecipazioni statunitensi in attività finanziarie straniere. Le attività all’estero riconducibili agli Stati Uniti sono costituite per 13,69 trilioni (33% circa) da investimenti diretti esteri, sotto forma di filiali delle multinazionali domestiche in territorio straniero e detenzioni di quote azionarie significative di società estere. Gli investimenti di portafoglio, afferenti a partecipazioni azionarie di entità minore, rappresentano altri 19,20 trilioni. I restanti 10 trilioni abbondanti sono investiti in attività fruttifere, tra cui titoli a reddito fisso, depositi e prestiti bancari.

Gli asset statunitensi di proprietà straniera, invece, sono composti per circa 14,49 trilioni da investimenti diretti esteri, per 37,40 trilioni da partecipazioni azionarie non troppo “pesanti” e per poco più di 12 trilioni da crediti fruttiferi.

L’enorme passivo accumulato dagli Stati Uniti riflette molto fedelmente la conformazione smaccatamente improduttiva assunta dalla struttura economica statunitense. Il saldo delle partite correnti strutturalmente negativo rispecchia l’incapacità cronica dell’economia statunitense di soddisfare in autonomia la domanda domestica di beni e servizi, da cui scaturisce uno squilibrio tra importazioni ed esportazioni finanziabile attraverso la vendita di asset nazionali. Il differenziale tra attivi e passivi risulta inoltre influenzato dalle variazioni dei prezzi degli asset (come le azioni) statunitensi rispetto a quelli stranieri, oltre che dalle fluttuazioni del dollaro che, all’atto della conversione, alterano la quotazione delle attività statunitensi denominate in valuta estera.

Profitti esteri e mercato azionario

Per decenni, la sostenibilità della posizione debitoria sempre più pesante assunta dagli Stati Uniti è stata garantita dal margine di remunerazione nettamente superiore – sotto forma di utili, dividendi e interessi – garantito dagli investimenti statunitensi all’estero rispetto al totale della spesa necessaria al pagamento delle rendite a beneficio dei detentori stranieri. Già nel 2004, a fronte di un accumulo di passività nette con l’estero per un controvalore di 2,4 trilioni di dollari, gli Stati Uniti ricavavano un reddito netto da investimenti pari a 36,2 miliardi di dollari.

Lo ha sottolineato il Congressional Budget Office (Cbo), che attribuisce il fenomeno a una combinazione di fattori specifici, a partire dalla maggiore redditività tendenziale delle filiali statunitensi all’estero rispetto alle società internazionali impiantate negli Stati Uniti, e dalla più aggressiva gestione del rischio da parte degli investitori statunitensi operanti sul suolo straniero.

Nello stesso anno, la nota società di consulenza McKinsey rilevava che le crescenti e generalizzate preoccupazioni nei confronti dei giganteschi deficit commerciali statunitensi andavano ridimensionate, perché riconducibili in buona parte alla «forte redditività delle aziende statunitensi che producono in Paesi come Cina, Messico e India e spediscono beni e servizi negli Stati Uniti […]. I profitti esteri rappresentano 2.700 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato azionario», che riflette a sua volta i guadagni reali delle aziende statunitensi all’estero.

Sempre nel 2004, evidenziava McKinsey, gli Stati Uniti avevano incassato 237 miliardi di dollari dai loro investimenti diretti all’estero, tra cui partecipazioni azionarie in imprese straniere. Il verdetto di McKinsey, formulato senza tenere in minima considerazione l’impatto reale generato sull’occupazione statunitense dalle massicce delocalizzazioni all’estero promosse dalle multinazionali Usa, è inequivocabile: «Lungi dal riflettere la debolezza dell’economia statunitense, almeno un terzo del deficit delle partite correnti è in realtà la prova della sua forza».

In altri termini, la solidità dell’economia statunitense derivava secondo McKinsey dall’attivismo delle multinazionali, le quali hanno tratto enorme beneficio dalla delocalizzazione presso Paesi caratterizzati da ampia disponibilità di manodopera a basso costo e/o da regimi fiscali favorevoli e dalla successiva rivendita sul mercato interno dei prodotti fabbricati all’estero. Nonché dall’ingresso nel capitale azionario di aziende straniere ad alta redditività, contestuale ad una prassi che gli Stati Uniti si sono sistematicamente ben guardati dall’accordare a soggetti stranieri non rigorosamente allineati sotto il profilo geostrategico.

La scomparsa del surplus

Mentre i vincoli formali e/o sostanziali imposti da Washington incanalavano i flussi di capitale provenienti da creditori stranieri degli Stati Uniti come Cina, Russia e Arabia Saudita verso mercato obbligazionario statunitense, sotto forma di acquisto di titoli di Stato scarsamente remunerativi, le società statunitensi si accaparravano quote azionarie di aziende cinesi di alta gamma. Risultato: ancora nel 2019, gli Stati Uniti registravano un flusso di reddito netto positivo per 260 miliardi, a fronte di una posizione finanziaria netta negativa per 10,99 trilioni di dollari.

Nel periodo post-pandemico, tuttavia, quel surplus è andato gradualmente assottigliandosi fin quasi a scomparire del tutto, per effetto della micidiale combinazione tra crescita vertiginosa dei listini azionari di Wall Street, aumento tendenziale dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve e drastico incremento dei rendimenti sui titoli di Stato.

I dati indicano che, nell’arco dell’ultimo quinquennio, il Dow Jones è cresciuto del 51% abbondante; il Nasdaq, di oltre il 71%; lo Standard & Poor’s 500, del 70% circa. In particolare, l’espansione apparentemente incessante della colossale bolla dell’intelligenza artificiale, con le cosiddette “magnifiche sette” (Nvidia, Microsoft, Apple, Google-Alphabet, Meta, Amazon e Tesla) che alla metà del 2026 sono arrivate ad assommare una capitalizzazione di poco inferiore ai 24 trilioni di dollari, risente in maniera massiccia dell’afflusso di capitali stranieri. Si stima che i soggetti esteri (concentrati in larghissima parte in Europa, Canada e Giappone) detengano complessivamente una quota compresa tra il 18 e il 30% del mercato azionario statunitense, con una forte crescita rispetto al passato.

Parallelamente, la Federal Reserve ha adottato una politica monetaria restrittiva necessaria a placare le spinte inflazionistiche prodotte dalla gestione della pandemia e dalle implicazioni del conflitto russo-ucraino. Nello specifico, il tasso di interesse di riferimento è passato tra il marzo 2022 e il luglio 2023 dallo 0,25 al 5,5%, per attestarsi attualmente al 3,75%.

I ricercatori della Federal Reserve hanno stimato in un loro approfondito studio che, stante le dimensioni ciclopiche raggiunte dal debito federale (oltre 40 trilioni di dollari), ogni punto percentuale di aumento dei tassi comporta una sottrazione di 150 miliardi di dollari dal saldo del reddito netto degli Stati Uniti, dal momento che gli stranieri detengono circa 25 trilioni di dollari di asset statunitensi di tipo fruttifero (prestiti bancari transfrontalieri, titoli e depositi esteri). Nel documento si sostiene che circa 170 dei 240 miliardi di dollari in più di uscite nette registrate dagli Stati Uniti tra il 2021 e il 2025 siano riconducibili proprio all’aumento dei tassi di interesse.

Quantomeno dal 2024, per di più, le forti difficoltà in cui il Dipartimento del Tesoro stava già imbattendosi nel collocare i Buoni del Tesoro hanno cominciato a registrare una crescita accelerata, imputabile alle crescenti e generalizzate preoccupazioni focalizzate sull’incremento incontrollato di debito federale, deficit di bilancio, disavanzo della bilancia dei pagamenti. Nonché sulla pronunciatissima attitudine delle autorità di Washington a militarizzare il dollaro.

L’incremento tendenziale dei margini di redditività sui titoli a dieci, venti e trent’anni che ne è scaturito ha recentemente indotto il segretario al Tesoro Bessent a varare un’operazione di buyback, dettata dall’esigenza tassativa di riportare i costi di rifinanziamento sotto controllo. Allo stato attuale, con oltre 1,2 trilioni di dollari all’anno, il pagamento degli interessi sul debito rappresenta la seconda voce di spesa del bilancio federale, dietro alla Social Security e avanti al Medicare e al budget del Pentagono.

Nel suo ultimo rapporto, il Cbo ha calcolato che gli interessi netti sul debito federale hanno assorbito 963 miliardi di dollari tra l’ottobre 2025 (inizio dell’anno fiscale) e il luglio 2026, equivalenti a 96,3 miliardi di dollari al mese e a circa 3,18 miliardi di dollari al giorno. L’esborso è risultato superiore di 117 miliardi di dollari (+14%, su base annua), a causa del debito «maggiore rispetto ai primi 10 mesi dell’anno fiscale 2025 e dell’aumento dei tassi di interesse a lungo termine».

La sinergia negativa prodotta dalla concomitanza tra impennata dei valori azionari di Wall Street, incremento dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve e aumento incontrollato dei rendimenti sui titoli di Stato determina un deflusso crescente di capitali dagli Stati Uniti che gli investitori nazionali faticano sempre più a compensare con i proventi dei loro investimenti all’estero.

Gli interessi passivi hanno quindi eroso quasi completamente il saldo positivo dei proventi generati dagli investimenti diretti esteri statunitensi (tasso di profitto: 5,6% su 14 trilioni di dollari di detenzioni di asset stranieri, contro l’1,8% su 20 trilioni di passività).

Con un reddito netto ai minimi storici, la necessità di finanziare deficit commerciali che non accennano a diminuire comporta inesorabilmente un incremento delle vendite di asset statunitensi a investitori stranieri.

Il segretario al Commercio Lutnick aveva richiamato già nel luglio dello scorso anno l’attenzione su questa tendenza perversa, dichiarando che «occorre resettare e ridefinire i rapporti di potere degli Stati Uniti sia nei confronti degli alleati che dei nemici. L’idea che tutti i Paesi del mondo possano accumulare eccedenze commerciali con gli Stati Uniti e acquistare con il ricavato i nostri asset da noi non è sostenibile. Stiamo parlando di quasi 1,2 trilioni di dollari [di passivo, N.d.A.] all’anno ormai. Nel 1980 eravamo un investitore netto. Possedevamo cioè più asset del resto del mondo di quanto il resto del mondo ne possedesse di nostri […]. E ora gli stranieri possiedono 18 trilioni di dollari di asset in più rispetto a noi. Sono diventati creditori netti».