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Piano Marshall” è oggigiorno una delle espressioni più inflazionate nel dibattito pubblico contemporaneo. Ogni progetto di ampio respiro (o presunto tale) per il rilancio di un settore economico, di un’area geografica, di una filiera produttiva viene etichettato come il “Piano Marshall” del settore. E negli ultimi anni abbiamo sentito parlare di “Piani Marshall” per l’Africa, di raccomandazioni di Goldman Sachs all’Italia su dei “Piani Marshall” per infrastrutture e digitale e di associazioni di categoria pronti a delineare “Piani Marshall” per le costruzioni, l’agricoltura, addirittura la pesca. Manca solo, oramai,  di un Piano Marshall per la conta dei prospetti di nuovi “Piani Marshall” ipotizzati. Poteva sfuggire al paragone tra il precedente piano di rilancio del continente europeo piegato dalla seconda guerra mondiale e il Next Generation Eu, il celebre Recovery Fund su cui l’Unione Europea intende impiantare le basi per la sua ripartenza? Certamente no.

E a ben guardare, le analogie non mancherebbero. Parliamo, in entrambi i casi, di progetti volti a far riprendere le economie dell’Europa provata da una tragedia epocale (la seconda guerra mondiale per il Piano Marshall, l’emergenza coronavirus e la pandemia per il Recovery Fund), in grado di mobilitare investimenti a pioggia in settori ritenuti strategici per il rilancio delle economie colpite in maniera simmetrica dalla catastrofe e di consolidare la ripresa comune dei redditi e delle attività produttive. Ma le ratio dei due progetti e le prospettive di lungo periodo fanno emergere anche diverse asimmetrie che rendono fuorviante un paragone stretto tra Piano Marshall e Recovery Plan.

In primo luogo, il Piano Marshall nasceva con chiari intenti geopolitici. Tant’è vero che artefici del suo decollo e loro finanziatori furono gli Stati Uniti, dal cui segretario di Stato, il generale George Marshall, prese il nome. Finalità ultima del Piano Marshall era mobilitare il rilancio dell’economia europea per costruire quell’antemurale indispensabile all’avanzata del socialismo reale che un Vecchio Continente piegato e a terra non avrebbe mai potuto costituire. Come ricorda First Online, “lo European Recovery Program (Erp) si articolava su tre livelli decisionali: a Washington venne costituita la Economic Cooperation Administration (Eca) che emetteva il parere finale; l’Eca operava nelle diverse nazioni con “missioni” che vagliavano le richieste coadiuvate da un comitato di esperti locali. A loro volta, le domande nazionali erano filtrate dall’Organizzazione Economica di Cooperazione Europea (Oece), con sede a Parigi”. Un’architettura chiara, che concentrava nelle autorità della superpotenza la decisione ultima su come applicare i 13 miliardi di dollari (ai prezzi del 1950, 140 con i canoni attuali) di aiuti garantiti all’Europa dagli States. La stabilizzazione delle valute, il rilancio delle infrastrutture e la ripartenza della produzione industriale erano gli obiettivi di fondo che il piano, per il 90% a fondo perduto, si prefiggeva con il fine non nascosto di creare quella solidarietà occidentale che agli Usa serviva come presupposto per rinsaldare la loro posizione negli anni di inizio della Guerra Fredda.

Il Recovery Fund si inserisce invece nel classico economicismo dell’Unione Europea a 27 Stati del post-Brexit. Certo, la sua strutturazione ha segnalato la volontà della Germania di recedere dal duro sostegno alle frange più estreme dell’ideologia austeritaria e di valorizzare la sua centralità europea, ma fatichiamo a trovare dietro la sua strutturazione intenti “geopolitici”. Piuttosto, si tratta di un compromesso tra la necessità di allentare i cordoni della borsa e dare via libera a una spesa “mutualizzata” su scala europea e il tradizionale dogmatismo comunitario sul fronte del controllo dell’attività degli Stati nel contesto comunitario.

Inoltre, il Recovery Fund consentirà ai Paesi membri un’accelerazione degli investimenti attraverso un mix di aiuti a fondo perduto e prestiti che dovranno essere controbilanciati da precise condizionalità in termini di riforme strutturali comunque funzionali a un’idea di Europa precedente una crisi epocale e non capita fino in fondo dalle cancellerie comunitarie. Il Piano Marshall, invece, consentì a diverse nazioni di ricostruire ex novo interi settori, e così fu per l’Italia che ricevette un importo di risorse pare al 9,2% del suo Pil. Il Corriere della Sera ricorda la distribuzione dei fondi: “Al 30 giugno
1951, gli investimenti Erp furono per il 28% in agricoltura (bonifica e credito), per il 23,4% in attrezzature industriali, per il 16,9% in lavori pubblici, per il 12,3% in trasporti soprattutto ferrovie, per il 5,4% nell’Ina Casa e il 3,1% per l’incremento edilizio”. Dall’Edison all’Iri, passando per la Fiat, i campioni industriali nazionali ricevettero un volano produttivo notevole dal piano strategico di rilancio del Paese, che i governi guidati da Alcide De Gasperi vollero evitare di frazionare in un rivolo di micro-progetti.

Limitatamente in Italia, in conclusione, il Piano Marshall ebbe anche impatti politici diversi da quello del Recovery Fund. La linea di De Gasperi e del Ministro delle Finanze e futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi consolidò attorno alla Dc e ai partiti centristi e moderati il consenso occidentalista legato al Piano Marshall, contribuendo a prevenire il sorpasso delle sinistre alle elezioni del 1948, mentre il litigio sulla gestione del Recovery Fund ha contribuito a mostrare le linee di faglia interne alla politica italiana e a disgregare la coalizione giallorossa, aprendo la pista al “Papa straniero” chiamato dal Quirinale anche pensando alla gestione ideale dei fondi europei, quel Mario Draghi che in tanti ora associano a Einaudi, regista dell’applicazione sul fronte italiano dei piani di aiuti dell’Erp. Il parallelismo, come visto, esiste ma non è sostanziale fino in fondo: la grande differenza, in fin dei conti, è a livello di classe dirigente. Quella uscita dalle seconda guerra mondiale contribuì a far risorgere, col sostegno americano, l’Europa e l’Italia dalle macerie e dalla devastazione, quella odierna in larga parte corona un trentennio di declino delle élite liberali nel Vecchio Continente e si è trovata tremendamente impreparata di fronte alla pandemia, trovandosi costretta a giocare sulla sfida della ripresa la sua credibilità.

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