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Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), la strategia italiana per partecipare a Next Generation Eu, ha preso la strada di Bruxelles. Quello del Pnrr è un progetto sistemico che il premier Mario Draghi vuole interpretare come l’abilitatore necessario di una svolta keynesiana a sostegno degli investimenti pubblici e del rilancio del sistema-Paese. Conscio che uno dei motivi che hanno prodotto la nascita del suo governo, la chiamata ad opera di Sergio Mattarella e il compattamento di una maggioranza ampia e decisamente disomogenea in suo sostegno è stato proprio l’impellente bisogno di presentare un progetto per il Recovery Fund capace di doppiare le Scilla e le Cariddi contro cui l’Italia può andarsi a infrangere in campo europeo.

La battaglia in Europa

In primo luogo, come ricordato su queste colonne, Draghi e il suo governo dovranno sperare che la procedura di ratifica politica del Recovery da parte dei Paesi membri non si trasformi in un vero e proprio Vietnam politico capace di ridurre la velocità di afflusso dei fondi ai Paesi membri. Il caso della Finlandia dell’indecisa Sanna Marin, decisa a rompere con l’austerità sul fronte interno ma ancora vicina ai dettami della “Nuova lega anseatica” in ambito comunitario, segnala poi che negli anni a venire ci sarà da vincere la sfida di un possibile ritorno di fiamma del fronte del rigore. Che dopo la possibile riconferma di Mark Rutte a premier olandese potrà trovare nuovo vigore solo se le elezioni in Germania produrranno un’effettiva avanzata di quelle forze (come i liberali Fdp e populisti liberisti di Alternative fur Deutschland) capaci di condizionare in senso più austeritario l’esecutivo che succederà a quello di Angela Merkel. Questo, terzo punto, si intreccia con la necessità di vagliare accuratamente il processo di riforme sul fronte interno in forma coerente con l’evoluzione degli equilibri in campo comunitario.

Risulta comprensibile, in tal senso, l’impegno degli esecutivi di Giuseppe Conte prima e Mario Draghi poi per vedere annullate il più a lungo possibile le clausole del patto di stabiltà e la spinta dell’ex governatore della Bce per costituire, assieme ad Emmanuel Macron, un fronte in grado di far pressione sulla Cancelliera per rendere strutturale il superamento dell’austerità. Il Recovery nasce come pragmatica concessione tedesca di fronte all’apprendimento delle – rovinose – lezioni della risposta regressiva tutta austerità e rigore proposta dopo la crisi del 2010-2011. La spinta sul debito comune è stata dunque una vera e propria decisione di compromesso che Paesi come l’Italia non possono accettare come sufficiente, dovendo sfruttare la finestra di opportunità per espanderne il perimetro e permettere un’avanzata il più solida possibile delle politiche finanziate attraverso il debito e finalizzate alla crescita di Pil, occupazione, investimenti.

Il fattore Draghi alla prova

Le sfide internazionali, come visto, non sono di poco conto. E per questo al governo servirà capacità di programmazione e attuazione accelerata degli investimenti. Il cronoprogramma del Recovery prevede l’esaurimento dei fondi nell’attuale ciclo di bilancio europeo, che si concluderà nel 2027, e a cui farà poi seguito la fase di rimborso dei fondi da parte dell’Unione.

Vietato fallire, dunque, specie se si considera il fatto che nel Pnrr il governo ha aggiunto oltre 50 miliardi di euro in progetti esterni al quadro di investimenti proposti all’Ue nelle tabelle di Next Generation Eu, i quali dovranno rafforzare l’impronta di discontinuità del piano. Chi è ritenuto il vero garante della realizzabilità del progetto è il presidente del Consiglio in persona. “A un tavolo del G20 oggi Draghi non è il più potente, ma è il più autorevole. Quando mai ci era successo?”, ha dichiarato al Corriere della Sera il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta. “La credibilità di Draghi è un asset. E il valore è che l’Italia di Draghi può fare deficit e debito senza pagarne le conseguenze”, ha aggiunto l’esponente di Forza Italia, mettendo sul tavolo temi che, letti in parallelo con gli equilibri congiunturali segnati dal massiccio intervento Bce, segnalano una fase di maggior calma per il Paese.

Ma i leader, anche i più “sistemici”, poco possono senza una fibra statuale solida alle loro spalle. E se il Recovery può essere la molla abilitante per progetti di investimento ad alto ritorno economico e dall’elevato potenziale strategico, alcune delle riforme previste come contropartita assumono il valore di sfide sistemiche da vincere. Pensiamo alla materia di competenza di Brunetta, la Pa: per portare a compimento il Pnrr, nei prossimi anni servirà iniettare nelle pubbliche amministrazioni nuove personalità, nuove figure specializzate, forza lavoro qualificata e nuovi metodi operativi in grado di garantire un’efficace governance e supervisione degli investimenti pubblici.

Le sfide per lo Stato italiano

Servirà ribadire a cittadini, imprese, collettività locali che lo Stato c’è e ci sarà. Il Recovery non è altro che un mezzo, così come la leva della politica economica. Il fine è la risposta a problematiche esistenziali dello Stato italiano nell’era globale segnata dalla pandemia: quale ruolo possiamo giocare nell’industria del futuro? Che prospettive per il sistema-Paese nelle grandi partite della transizione ecologica e dell’innovazione? Come attrarre nuove competenze e fette sempre più strategiche delle nuove catene del valore globali? Come partecipare alle nuove, programmate forme di cooperazione industriale e economica continentali? Come promuovere lo sviluppo di servizi essenziali quali la sanità e l’istruzione per colmare i divari territoriali? Come risolvere il problema delle crescenti disuguaglianze e della povertà nel Paese? La gestione dei miliardi europei sarà un proxy della capacità del Paese di far fronte a problematiche complesse e di reagire promuovendo una strategia di lungo respiro.

Il fattore Draghiin tal senso, può rivelarsi sia un moltiplicatore di potenza che un alibi rischioso. Come sottolineato da Brunetta, il presidente del Consiglio è uomo ben considerato nei circoli internazionali del potere. Uomo squisitamente politico e agganciato a partner come Usa, Germania, Francia, Vaticano. Ma il vero compito del suo esecutivo non sarà tanto vincere e completare pienamente il Pnrr quanto, più in prospettiva, garantire alla politica italiana gli spazi di confronto e operatività per permettere di impostare una nuova strategia di sviluppo. Destinata a proseguire ben più in là, anche dopo le elezioni del 2023, indipendentemente dal nome dell’inquilino di Palazzo Chigi. Draghi ha messo sul piatto la reputazione di una carriera per dimostrarsi in grado di vincere questa sfida: ma la politica può e deve contribuire, conscia che il presidente del Consiglio difficilmente potrà essere un alibi per scaricabarile in caso di flop e che lo stesso commissariamento operato da Mattarella a febbraio imponga un ragionamento a tutto campo sul futuro dei partiti e delle loro classi dirigenti.

Sarebbe un bene, dunque, se i fori di confronto della politica continueranno il loro corso. Se saranno rispettati i diritti delle opposizioni, con Fratelli d’Italia che viene considerata come partner diretto dal governo ma sta lottando per ottenere poltrone che le spetterebbero come quella del Copasir. Se il Parlamento saprà rafforzare la sua capacità di iniziativa legislativa e se i partiti potranno tornare a cercare punti di compromesso su iniziative legislative senza dover giocoforza alzare la palla al premier per una decisione ultima. Insomma, se la politica saprà tornare a farsi portatrice di dialettica, strategia e compromesso la sfida del Pnrr e di ciò che le ruota attorno potrà esser vinta. Altrimenti, finita l’era Draghi resteranno solo la consapevolezza di una sfida persa e la patata bollente di una difficile comprensione degli equilibri internazionali in cui era incardinata. Con conseguente, ulteriore retrocessione del Paese verso la minorità politica ed economica.

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