Il 2025 è stato l’anno che ha ridisegnato le mappe mentali degli investitori nel campo dei metalli preziosi. Oro e argento non sono semplicemente saliti, ma hanno messo in scena una vera e propria corsa parabolica. A fine dicembre 2025 l’oro risultava in rialzo di oltre il 70% e l’argento addirittura del 140% rispetto all’inizio dell’anno, un movimento che molti analisti hanno definito “storico” per via del prezzo record raggiungi dai due metalli. È in questo contesto che i ribassi di fine gennaio 2026 (quando oro e argento hanno perso in una sola seduta rispettivamente il 10% e il 30% del loro valore, per poi ritracciare) vanno compresi non come una sorpresa, ma come un tratto fisiologico di un movimento che era diventato troppo ripido. Quando un trend sale quasi in verticale, non serve necessariamente una causa chiara per innescare una correzione: basta l’accumularsi della fragilità interna al rialzo.

Ecco perché attribuire il crollo dei metalli preziosi, in particolare quello dell’argento, alla nomina del nuovo Chairman della Federal Reserve, Kevin Warsh, rientra più nella logica delle “storie comode” che non in un’analisi sostanziale. In realtà, le discese non sono state solo il prodotto di un singolo evento, ma l’esito naturale di un rialzo diventato troppo disordinato e difficile da sostenere.

Il rally dei metalli preziosi

Il Chicago Mercantile Exchange, non a caso, ha aumentato i margini di collateralizzazione (cioè le caparre di sicurezza che i trader devono mettere sul tavolo quando comprano o vendono futures) per contenere la volatilità: dall’8% al 9% per l’oro, e dall’15% al 18% per l’argento, riconoscendo implicitamente la natura “surriscaldata” del movimento. In altre parole, non serviva un catalizzatore specifico: quando il mercato sale troppo rapidamente, la discesa è già scritta nella sua struttura. Ed è interessante osservare come, paradossalmente, l’oro finisca sotto i riflettori quasi sempre e solo quando sale. Nei lunghi periodi in cui si muove lentamente o resta stabile, sparisce dal dibattito finanziario, quasi fosse un oggetto silenzioso e noioso relegato nei caveaux globali. Ma basta un accenno di incertezza affinché l’oro si “risvegli”. Negli anni più recenti il prezzo dell’oro si è mosso in modo da riflettere la paura dei mercati e delle Banche Centrali, maggiori acquirenti del metallo giallo, facendo riflettere nei prezzi un sentiment misto tra speranza e inquietudine a causa dei sempre più numerosi fenomeni geopolitici e macroeconomici “atipici”.

Tuttavia è da almeno 4 anni che il mondo convive con un sempre più evidente cambio di paradigma geopolitico, per cui non è una novità, nemmeno con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che gli Stati Uniti vogliano gestire gli affari del mondo in maniera diversa dal passato, creando incertezza.

Se si cercano i fattori immediati che hanno quindi alimentato la corsa del 2025-2026, se ne possono individuare almeno due tra i principali. Il primo è l’enorme afflusso verso gli ETF, strumenti finanziari che replicano un indice di mercato sempre più diffusi anche tra gli investitori retail: solo a gennaio 2026 gli ETF sull’oro hanno registrato 19 miliardi di dollari di afflussi, il mese più forte di sempre, portando gli asset globali a 669 miliardi di dollari (+20% sul mese) e le posizioni complessive a 4.145 tonnellate, nuovo massimo storico. Nord America e Asia hanno guidato la domanda, mentre anche Europa e altre regioni hanno registrato afflussi importanti nonostante le recenti oscillazioni dei prezzi.

La FOMO dell’oro

Questi numeri mostrano che la domanda finanziaria è stata un importante acceleratore del rialzo, amplificando un contesto di tensioni geopolitiche crescenti. Il secondo fattore, però, è più psicologico che fondamentale: la FOMO (Fear of missing out). La paura di restare fuori, l’ansia di non aver comprato abbastanza, l’idea che si stesse entrando in una stagione di rialzi “inevitabili”. Questi ingredienti hanno reso il movimento del 2025 non soltanto robusto, ma emotivamente carico. Ma al di là dei fattori di breve periodo, utili a spiegare ciò che è accaduto negli ultimi mesi, esiste una dinamica più profonda e permanente, descritta dal grafico seguente,  senza la quale nessun discorso sull’oro può dirsi completo:


Il grafico mette a confronto la crescita dell’offerta monetaria globale M3 con il valore totale dell’oro mondiale, mostrando una realtà quasi intuitiva: dagli anni Settanta a oggi, la massa monetaria è esplosa, mentre la quantità di oro è cresciuta in modo lentissimo e costoso. Siamo in un mondo iper-monetarizzato, in cui la liquidità finanziaria cresce molto più rapidamente della ricchezza reale rappresentata dall’oro fisico.

Da una parte denaro creato digitalmente a costo quasi zero, dall’altra un metallo estratto con fatica, lentezza e investimento. E quando l’espansione monetaria supera di molte volte la crescita dell’oro reale, quest’ultimo tende, prima o poi, a riaggiustarsi verso l’alto, non per un capriccio del mercato ma per una necessità “fisica” del sistema. Ecco perché movimenti e correzioni del 2025-2026 vanno considerate nelle loro dinamiche tattiche senza mai perdere di vista i fondamentali strategici. Ogni anno il mondo è pieno di più dollari, più euro, più yuan, mentre la quantità di oro disponibile non cambia così velocemente.

Questo squilibrio è il motivo per cui l’oro continua a essere un punto di riferimento: non perché “sale sempre”, ma perché il sistema monetario moderno, espansivo e dipendente dalla creazione di liquidità, rende inevitabile che, nel lungo periodo, il valore reale dell’oro venga riconosciuto ciclicamente, soprattutto nei momenti in cui l’incertezza torna a farsi sentire.

L’ottovolante dell’argento

E l’argento? Il discorso è simile, con la differenza che il metallo bianco ha una funzione industriale rilevante che rende più interessante guardare al rapporto tra offerta e domanda per comprenderne meglio i movimenti. Se guardiamo insieme i due seguenti grafici, possiamo valutare la storia strutturale del mercato dell’argento da due angolature diverse: da un lato vediamo che i titoli delle aziende minerarie che estraggono argento sono oggi estremamente depressi rispetto al prezzo dell’argento (perché il rapporto miners‑to‑silver è tornato su livelli tipici dei grandi minimi ciclici), dall’altro vediamo che le scorte fisiche di argento in Cina stanno crollando (linea blu) mentre i prezzi locali esplodono (linea grigia e arancione), segnalando una crescente scarsità del metallo reale.

Mettendo insieme questi segnali, emerge una dinamica chiara: il mondo sta consumando più argento di quanto ne venga prodotto e questo sta svuotando i magazzini, ma il mercato azionario dei minerari non ha ancora “prezzato” questa realtà, nonostante nemmeno il galoppo dei prezzi del 2025 (!). In termini non tecnici, significa che siamo in una fase in cui la materia prima reale sta diventando sempre più preziosa e difficile da reperire, mentre le aziende che la estraggono sono ancora valutate come se non contassero molto: questa combinazione, nella storia dei mercati, ha spesso anticipato cicli di rivalutazione importanti, perché quando il metallo diventa scarso è quasi inevitabile che prima o poi anche i produttori, oggi sottovalutati, vengano riscoperti.

Tutto ciò ci indica che nonostante i livelli record, e fortemente speculativi, dei prezzi di oro e argento, la loro crescita strutturale e strategica non è in messa in dubbio nel lungo termine dai recenti ritracciamenti, ma anzi confermata dai fondamentali peculiari dei rispettivi mercati.

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